Banco di San Francesco
Lo sportello è in funzione.
Buongiorno signor Piero.
Buongiorno.
Operazioni consentite: saldo, prelievo, lista movimenti.
Vorrei fare un prelievo.
Digitare il numero di codice.
Ecco qua… sei, tre, tre, due, uno.
Operazione in corso, attendere prego.
Attendo, grazie.
Un po’ di pazienza. Il computer centrale con questo caldo è lento come un ippopotamo.
Capisco.
Ahi, ahi, signor Piero, andiamo male.
Cosa succede?
Lei ha già ritirato tutti i soldi a sua disposizione questo mese.
Davvero?
Inoltre il suo conto è in rosso.
Lo sapevo…
Per chi non ricorda, ma in verità ne dubito, questo dialogo iniziale è tratto dal racconto di Stefano Benni “ Fratello Bancomat”, pubblicato per la prima volta nel 1994 nella raccolta di racconti
“L’ultima lacrima” ed è del tutto scritto in forma dialogica e proprio per questo facile da rappresentare teatralmente. Ciò che ho fatto anch’io un bel po’ di anni fa con un gruppetto di ragazzi della scuola in cui insegnavo e con cui avevo deciso di portare avanti un progetto teatrale su Stefano Benni, mettendo in scena alcuni racconti, tratti da varie sue opere. Se la memoria non mi inganna il titolo del lavoro era “Bennissimo, si va in scena!”.
I personaggi principali del racconto sono Piero e il bancomat che gestisce le sue finanze.
La storia narra di uno sfortunato signor Piero che si ritrova il conto prosciugato da sua moglie, con l’intenzione di fuggire col signor Vannini, suo amante. Il bancomat, apparentemente un oggetto freddo, diventa un personaggio attivo e offre un aiuto inaspettato a Piero, svelando operazioni illecite del Vannini e, con collegamenti con computer svizzeri, riuscirà a trasferire i soldi del Vannini sul conto del signor Piero. Al di là della buona azione, compiuta dalla macchina, l’autore ci fa riflettere sui pericoli di un mondo meccanizzato e sul potere ormai indiscusso della tecnologia.
Qui c’è tutto l’umorismo che si contrappone alla comicità, di pirandelliana memoria.
Ho sempre amato questo autore , intelligente, acuto, ironico. Surreale.
La notizia della sua morte di qualche giorno fa, il 9 settembre, mi ha davvero colpita. E’ difficile separarsi da scrittori che hanno fatto parte della tua vita e che ti hanno accompagnata in un percorso culturale con ironia e acume . Sono state tante le volte che i suoi straordinari racconti mi sono passati tra le mani, letti e riletti, tanto che i personaggi sono quasi usciti dalle pagine e mi hanno camminato accanto per molti anni. Fantastici, surreali, onirici.
Stefano Benni è nato a Bologna il 12 agosto del 1947. E’ stato (è difficile per me parlarne al passato) uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, drammaturgo,umorista e poeta.
La sua vita, ben documentata , è stata davvero ricca e piena di amicizie, collaborazioni personali ma anche con importanti testate giornalistiche quali L’Espresso e Panorama.
Autore televisivo, è stato battutista di Beppe Grillo nei primi anni del suo lavoro in Rai.
Col suo amico Beppe Grillo nella veste di attore, ha lavorato come sceneggiatore nel film
“Topo Galileo”. Le musiche erano di Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani.
Anche Dario Fo ha interpretato un personaggio in un film diretto da lui “ Musica per vecchi animali”, tratto dal suo romanzo “ Comici, spaventati guerrieri”.
Fu anche grande amico di Daniel Pennac, e fu lui a presentarlo alla casa editrice Feltrinelli e a far tradurre le sue opere in italiano . L’opera “Grazie!” di Pennac è dedicata a lui.
Uomo deciso e battagliero, sempre pronto a cogliere e a denunciare con satira intelligente i vizi della società italiana, non ha esitato nel 2015 a rifiutare il premio Vittorio de Sica , riconoscimento ad alte personalità che si sono distinte nelle Arti, per protesta contro i tagli alla cultura e alla scuola, attuati dal governo Renzi.
Tantissimi i suoi romanzi. Ne cito alcuni:
Terra!, Baol. Una tranquilla notte di regime, Elianto, Margherita Dolcevita, Pane e tempesta, La bottiglia magica, Giura.
Altrettante le raccolte dei suoi racconti. Ne cito alcune:
Bar Sport, La tribù di Moro Seduto, Il bar sotto il mare, L’ultima lacrima, Miss Galassia, Cari mostri.
A proposito della raccolta Bar Sport, io ho amato particolarmente il racconto surreale “ La Luisona”, anche questo usato nel mio “ Bennissimo, si va in scena!”.
Al Bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica.[…]
La Luisona era la decana delle paste si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema, i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo.
La sua scomparsa fu un durissimo colpo per tutti”
Cosa ci narra la storia?
Al Bar Sport successe qualcosa di inimmaginabile: un avventore sprovveduto aveva aperto la bacheca e si era mangiata la Luisona! Ci fu un vocio generale : hanno mangiato la Luisona!
La cosa terribile è che la pasta non è per niente digeribile, anzi la sua granella buca l’esofago.
“Poi quando arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene.”
Che fine fece il povero avventore? Beh, fu invitato a uscire dal bar nel disprezzo generale.
Meravigliosa, indimenticabile Luisona! Rappresentazione di un’Italia provinciale piena di manie e tic. Tuttavia resistente nonostante tutto.
Benni è stato anche un grandissimo poeta. Ironico a volte cinico, sarcastico e malinconico.
Una sua poesia che per me è diventata cult nei miei anni migliori, quando le cene tra amici necessitavano di momenti di sana ironia, è “ Le piccole cose che amo di te” tratta dalla silloge “Prima o poi l’amore arriva” pubblicata nel 2015 da Feltrinelli.
E’ una poesia d’amore? Sì, se per amore s’intende anche un fatale cambiamento. Una passione che si trasforma . Un aprire gli occhi e spiarne comunque e sempre la tenerezza.
Un inizio pieno di promesse:
Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi accarezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
[…]
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ balsé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te
Gesti che nel tempo si trasformano sino a diventare amorevolmente insopportabili:
Quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!!
[…]
La pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profumo
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te.
La poesia, che forse meno si conosce, ma che suona terribilmente attuale, visto i tempi che stiamo attraversando e in cui fa da padrona una cinica indifferenza è una ballata dal titolo “ Lamento del mercante d’armi”. Inizia come una confessione piena di rammarico:
Ho venduto un pezzo di cannone
poi le ruote e un altro pezzo di cannone
la culatta e l’otturatore
il mirino e un altro pezzo di cannone
e altri tre pezzi di cannone
e adesso c’è uno in televisione
che dice che mi spara col mio cannone
chi lo sapeva che coi pezzi di cannone
avrebbe fatto un cannone?
Se lo avessi saputo
mica avrei accettato l’ordinazione
[…]
Alla fine si trasforma in una sorprendente riflessione:
Se avessi saputo che un cliente
può diventare un nemico
della mia patria
dell’Occidente
vi giuro gente
lo giuro sui figli
lo giuro su Gesù
gli avrei fatto pagare
il cinquanta per cento in più.
Da qui si vede
la mia buona fede
Stupisce amaramente che un uomo di tanto ingegno e che ha saputo sempre regalarci parole piene di intelligente arguzia, abbia finito la sua passeggiata su questa terra senza parole.
Ma tant’è la vita.
Il suo amico Pennac lo ha definito fratello di risate affermando che ora è andato in cielo a far ridere gli angeli. Ne sono certa anch’ io.
Anna Bruna Gigliotti