“E uomini e nonne preparan la festa
le donne ed i gnari insieme
minaccia tempesta.”
(I gnari di Brescia)
“Non è una cosa buona viver senza libertà
Qualcuno sa che costa cara
Qualcuno invece la butterà
C’è chi non sa che farne di questa libertà
Qualcuno per essa morirà.”
(La Rosi)
Queste due strofe sono tratte da due canzoni originali di Roberto Guarneri, con l’arrangiamento di Daniele Gozzetti e Jury Magliolo. Queste ed altre canzoni del Guarneri hanno fatto da cornice musicale alla bellissima rappresentazione teatrale “Leonesse”. Donne bresciane di Resistenza” con la regia di Valeria Lotta.
Il Guarneri è musicista, compositore, e uno dei fondatori dell’Associazione Arci “I sogni in tasca” e si avvale della collaborazione stabile di altri musicisti quali Daniele Gozzetti ( chitarra) e Maria Alberti (voce). Ultimamente hanno collaborato anche anche Carlo Gorio ed Ermes Pirlo.
L’Associazione, molto sensibile a tutto ciò che riguarda l’ambito educativo, opera soprattutto nelle scuole bresciane, attraverso laboratori teatrali, privilegiando tematiche attinenti alla conservazione della memoria, all’impegno civile e alle grandi problematiche sociali quali il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, il tema delle carceri, ma anche la Resistenza e gli anni di piombo.
Figura di spicco nell’Associazione è di certo l’attrice e regista Valeria Lotta, che vanta un ricco e variegato curriculum in ambito teatrale, con collaborazioni importanti come quella con Maddalena Ischiale, nell’Associazione “Racconti di scena”. Con la Ischiale, che si divide tra Italia e Los Angeles, dove lavora come attrice di cinema e teatro, ha collaborato all’allestimento di diverse opere teatrali.
Tornando ai testi, con cui ho aperto il mio articolo, la prima strofa fa parte di una canzone “I gnari di Brescia”, dedicata alle Dieci Giornate della Storia risorgimentale bresciana. La seconda “La Rosi”, è dedicata ad una figura importante della Resistenza, Rosi Romelli, che è stata la più giovane partigiana d’Italia, avendo all’epoca solo quattordici anni. La Rosi è tuttora vivente e molto attiva a mantenere la memoria storica, continuando ad incontrare gli studenti nelle scuole bresciane.
A giugno di quest’anno, ho avuto il privilegio di assistere al lavoro teatrale, di cui sopra ho fatto menzione, che è stato rappresentato nell’ambito della Festa dell’Unità, che si è tenuta a Brescia dal 1 al 7 giugno, nella suggestiva cornice del teatro all’aperto, sito nel Parco Castelli.
Le protagoniste dell’opera teatrale “Leonesse”, il cui titolo si rifà al carattere battagliero e indomito delle due donne, ma con rimando storico all’epiteto con cui la città di Brescia è da sempre ricordata dopo le dieci Giornate, sono la Rosi e l’ostessa del Frate (storica osteria tuttora attiva), di cui però non si conosce il nome.
Cito le parole dell’autore, lo stesso Guarneri, tratte dalla presentazione dell’opera:
“Due donne a distanza l’una dall’altra di più di cento anni, e che raccontano la storia di una città e di una terra che non si piegano all’invasore, che non chinano il capo davanti alla violenza del potere e dell’ideologia. La prima, ostessa, è un personaggio di fantasia, ma tutte le circostanze della sua appassionata narrazione sono vere e documentate, a partire dal nome di suo marito, Bortolo Peroni, l’oste del Frate, ucciso insieme al figlio e al garzone, durante le dieci Giornate del 1849.
Rosi Romelli, invece, è una persona reale. Nata a Sonico, nel 1928, oggi vive a Brescia. A quattordici anni, insieme alla madre Giacomina, seguì il padre Luigi, capo partigiano in Valcamonica. Le due donne condivisero la vita dei partigiani fino alla Liberazione, subendo anche carcere e torture. Entrambe, insieme alle vicende di cui sono state protagoniste, ci testimoniano il carattere e la determinazione delle donne bresciane. Leonesse appunto, come e più della loro città”.
Da quel che si evince da un’intervista da me fatta alla regista Valeria Lotta, il lavoro è stato complesso e lungo, circa due anni, perché l’argomento richiedeva accuratezza nel reperire fonti storiche.
L’idea ha iniziato a prendere forma dopo un incontro a scuola con la Rosi Romelli.
Da lì, dalla memoria è emersa l’altra donna, l’ostessa. Una magia, un connubio illuminato.
Dalla mia domanda sul ruolo delle due donne bresciane, questa la risposta della Valeria Lotta:
“Il ruolo delle donne in quei due momenti così importanti della storia bresciana e nazionale non è stato accessorio. Fino a poco tempo fa, e in certa misura ancora oggi, la storia è stata scritta col maschile sovraesteso. Le piazze e le vie delle nostre città sono piene di statue. E sono tutti uomini. Per noi si è trattato semplicemente di lasciar emergere delle storie che erano in una zona poco illuminata. Ma storie reali, che meritano, molto più che monumenti in pietra, la centralità della nostra memoria e della nostra gratitudine.”
“Queste storie, queste donne, ci sono venute incontro. Si sono imposte alla nostra attenzione. Certamente il legame con la nostra terra bresciana è forte, ma noi lo avvertiamo come una ricchezza, non un limite. Parlando del vicino, del particolare, perfino dell’intimo, si può arrivare all’universale. Nel teatro questo accade ed è accaduto continuamente, sia per le vicende personali che per le grandi epopee collettive. Non è questione di pancia e di confini. I confini, le barriere più difficili da superare sono erette nel nostro animo, nella nostra intelligenza. Queste due donne ci hanno costrette a rompere innanzitutto questi confini interiori, a spalancarci a una consapevolezza più grande”
Le due bravissime attrici che hanno saputo indossare i panni di una appassionata e battagliera ostessa e di una pura e coraggiosa Rosi, sono state Alice Salogni e Sara Manducci. Ambedue attrici talentuose con alle spalle anni di attività nel teatro, pur essendo giovani donne.
Un ruolo importante, a parer mio, l’ha avuto la scenografia. Una scelta vincente. Pochi oggetti polifunzionali, due di questi catalizzatori di attenzione: il tavolo e la porta.
Il tavolo nella prima scena, che ha come protagonista l’ostessa, rappresenta la convivialità, un momento di allegria e familiarità, che poi si trasforma in barricata, luogo di difesa , ma anche scudo dietro a cui si consuma il lutto.
Nella seconda scena, che ha come protagonista la Rosi appena quattordicenne, lo stesso tavolo è famiglia, casa, ma diventa rifugio e barriera psicologica nei momenti di clandestinità.
La porta, sempre presente in scena, è forse l’elemento più potente. Non è solo un varco fisico, ma un confine tra lo spazio intimo e lo spazio esterno dove infuria la tempesta della Storia. Attraversarla vuol dire fare una scelta .
La storia ci insegna che c’è sempre un individuo solo davanti ad una porta. La decisione spetta solo a lui. A noi stessi quando siamo davanti ad un bivio: restare a guardare o aprirla e andare incontro da protagonisti verso il nostro destino.
Vorrei chiudere l’articolo con la strofa di un’altra canzone di Roberto Guarneri: Candida
“Veloce come un cervo
Candida corre a casa
Vuole gridarlo a tutti
Che ha visto quella cosa
Le dico: Lascia stare,
Non dire una parola.
Ma lei ha tolto gli zoccoli
E ora non corre:
Vola.”
(Candida)
Anna Bruna Gigliotti