Ven. Lug 17th, 2026

SCENA I.

Una piazza.

Entrano Mercuzio, Benvolio, Paggio e seguaci.

 

Benv.- Te ne prego, caro Mercuzio, ritiriamoci. Il dì avvampa; i Capuleti uscirono di casa; e ove avessimo ad incontrarli, non eviteremmo una mischia. In questi ardori della state il sangue è infiammabile.

Merc.- Tu mi rassembri un di coloro che, entrando in una taverna, depongono la spada sopra la tavola dicendo: Dio faccia ch’io non abbia bisogno di te; e al secondo bicchiere che tracannano, la sguainano contro ogni commensale.

Benv.- Son io veramente quale dici?

Merc.- Lo sei: e ti scorre per le vene un sangue bollente; e un nonnulla t’indispettisce e ti rende furioso.

Benv.- E a qual effetto rammenti ciò?

Merc. -Solo per dirti, che se vi fosse un altr’uomo della tua tempera, e che con lui ti scontrassi, vi sarebbero in breve due mortali di meno a questo mondo; perchè vi uccidereste l’un coll’altro. Tu, tu contenderesti con uno che avesse solo un pelo di più o di meno di te, o che spaccasse noci; non per altro che perchè tu hai gli occhi color di noce […]

 

Atto terzo- scena prima: una tragedia annunciata.

Questo su riportato è un passaggio cruciale dell’opera di Shakespeare: Romeo and Juliet”.

Sta per compiersi un tragico evento: la morte di Mercuzio, il migliore amico di Romeo Montecchi.

Giovane nobile, imparentato con il principe di Verona, è un ragazzo estroso, pieno di energia e insofferente alle regole.

Viene ucciso, in uno scontro, da Tebaldo, della famiglia Capuleti e cugino di Giulietta. Per vendicare l’amico, Romeo lo ucciderà a sua volta, determinando il suo tragico destino: l’allontanamento da Verona con tutto ciò che ne seguirà. Una sequela di odio, vendette, tragici destini incrociati.

Giovani legati da appartenenze dinastiche, che diventano braccio armato di un odio ereditato dagli adulti. In questo caso specifico e narrato da Shakespeare, le due famiglie rivali sono quelle dei Capuleti e dei Montecchi.

Certo, nei tempi della narrazione, c’era una frammentazione del potere e il Principe non aveva il monopolio assoluto della forza. Il suo potere era indebolito dalla necessità di avere l’aiuto e il sostegno delle famiglie importanti che a loro volta avevano armi, servitori armati e proprie fortezze urbane. Il principe ne aveva bisogno contro i nemici esterni, Milano e Venezia, e non poteva rinunciare al loro sostegno economico e militare. Questa debolezza del suo potere, quindi, aveva generato la crescita di altri poteri, quello dei clan familiari, riconoscendone status e privilegi e permettendo loro di agire quasi come Stati nello Stato.

Lo scontro tra gruppi di famiglie rivali si è protratto nei secoli, la rivalità nel controllo di territori, o la divergenza di idee politiche, o religiose, che in fondo nascondono sempre motivazioni economiche e di potere, le ritroviamo anche oggi. Cambiano le modalità, ma la ferocia negli atti resta immutata. Spesso a pagarne il prezzo più alto sono i giovani, per quella passionalità e irruenza, unita ad incoscienza e sfida del pericolo, che contraddistingue l’età giovanile.

Caso emblematico oggi è quello di Salvatore e Giuliana, due giovani innamorati, figli di clan rivali. Come nel famosissimo dramma shakespeariano, i due sfidano le rigide divisioni imposte dal sistema criminale. Le cose si complicano quando nel 1996 Luigi Giuliano si consegna alle autorità causando un vuoto di potere che scatena conflitti tra i clan per il controllo di Forcella. Quando il padre di Salvatore diventa un collaboratore di giustizia, il giovane ha una forte crisi con ripercussioni sul legame tra lui e Giuliana. L’amore però questa volta vince, ma a caro prezzo: il ripudio e l’allontanamento dalle famiglie d’origine. Oggi vivono sotto copertura, essendo entrati in un programma di protezione. Questa può sembrare, e forse lo è, una storia a lieto fine, ma quante sofferenze e problemi irrisolti si porta dietro. Quante lacerazioni all’interno, crudeltà e giochi di potere. La loro storia è diventata nota attraverso il podcast “ La Tigre” di Mario Calabresi. 

Non sta a me analizzare a fondo il problema, né cercare motivazioni sottese né soluzioni. Credo che ieri come oggi, poche cose sono cambiate nell’animo umano.

Oggi in cui la società presenta, a parer mio, uno sfilacciamento dell’autorevolezza di figure cardini che possano guidare con attenzione e professionalità le nuove generazioni, assistiamo ad un’esplosione di violenza che ci appare immotivata. Quasi un gioco al massacro, le cui regole le detta solo il gruppo. Chi di noi non ha sentito genitori preoccupati o rassicurati rispetto alle frequentazioni dei loro figli.

Ma poi, se guardiamo indietro nel tempo, ci accorgiamo di quanta somiglianza esiste tra i comportamenti sociali di un tempo e quelli di oggi.

E non solo rispetto alle bande giovanili, ma anche ai tanti aspetti che riguardano le relazioni sociali.

Uno di questi è la partecipazione a dir poco sfegatata delle tifoserie durante manifestazioni calcistiche e non solo. Oggi, se pensiamo quanto tutto viene amplificato attraverso i media, ci spaventiamo. Ma è cambiato solo il mezzo che sicuramente è più potente, ma non più feroce.

Se pensiamo ai giochi gladiatori, di certo non sorridiamo di fronte alla violenza che si consumava nelle arene. Alla partecipazione del popolo alle competizioni, al desiderio di morte e di sangue, spesso acclamata a gran voce. Oggi la stessa violenza la sentiamo nelle arene dove i toreri si misurano con i tori. O quando gli animali vengono lanciati all’assalto di folle urlanti lungo le strade di Pamplona in Spagna, durante la festa di San firmino: l’Encierro.

Federico Garcia Lorca, di questo tema doloroso e cruento, ne ha fatta un’opera d’arte: una delle sue più belle elegie: “Llanto por Ignacio Sanchez Mejias”. E’ stata composta nel 1935 in occasione della morte dell’amico torero e scrittore Ignacio Sanchez Mejias, a causa di una incornata nell’arena nel 1934.

Il cozzo e la morte

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
[…]

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.

E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.[…]
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
[…]
Alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
[…]
Il sangue versato

Non voglio vederlo!

Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.

Non voglio vederlo!

[…]
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo!

Ho riportato solo alcuni versi della poesia del grande Lorca. Versi pieni di passione e dolore, mai di condanna. Solo una presa di coscienza del terribile evento.

In tutta l’elegia si esalta il dolore per la perdita dell’amico, ma anche la gloria del torero.

Vita e morte danzano tragicamente e tutto diventa meditazione profonda sulla transitorietà della vita.

Potrei continuare all’infinito con le comparazioni, ma mi fermo qui.

Il passato è solo ieri, alle nostre spalle. Nei nostri occhi. Scorre qui, invisibile e feroce, nelle nostre vene.

Anna Bruna Gigliotti

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