Alexandria Ocasio-Cortez, con una sua dichiarazione sul “woke”, ha scatenato, prevedibilmente, un piccolo putiferio anche in Italia. C’è chi esulta per il funerale del woke, chi si dispera, chi spiega che non è morto affatto e che, semmai, sono morti soltanto gli eccessi e i malintesi. E naturalmente non manca la schiera degli esegeti incaricati di dimostrare che, sebbene il termine sia ormai impronunciabile, l’approccio conserva intatta tutta la sua importanza.
Ma forse la domanda preliminare è un’altra: perché AOC ha sentito il bisogno di dirlo?
Quando un politico, e soprattutto una leader con le sue ambizioni e il suo fiuto, pronuncia una frase divisiva (divisiva nel proprio elettorato di riferimento, oltre tutto), difficilmente lo fa per il gusto dell’analisi sociologica, per questioni di dottrina o principio. Bisogna supporre quindi che abbia in mente un calcolo politico.
Dire che il woke è morto può certamente far scricchiolare una parte del suo tradizionale mondo di riferimento. E allora la domanda diventa: cosa pensa di guadagnarci? Quali consensi ritiene di poter mettere in cassaforte?
La spiegazione, a mio avviso, è prima di tutto geografica. AOC guarda a New York.
Alla New York che ha eletto Mamdani. Alla megalopoli nella quale il progressismo democratico più radicale ha già sperimentato una forma di convergenza, finora politicamente fortunata, con una parte consistente dell’elettorato musulmano.
È un elettorato che non necessariamente, per dirla in modo gentile, condivide le guerre identitarie, il lessico e l’antropologia del progressismo woke. Anzi, su questioni decisive (dalla famiglia ai costumi, dalla sessualità alla religione) può trovarsi in aperta collisione con esso.
Prendere le distanze dal woke, allora, potrebbe non essere un ripensamento ideologico. Potrebbe essere qualcosa di molto più banale e molto più politico, ovvero la costruzione di una nuova coalizione elettorale.
L’operazione sarebbe, in sostanza, questa: archiviare la parte del progressismo che produce più attrito con un nuovo bacino di consenso, cementare un’alleanza fondata su interessi e nemici comuni e, nel frattempo, (continuare a) utilizzare buona parte dell’armamentario propal come potente cavallo di Troia politico.
Ma non è affatto detto che funzioni.
Anzi, il calcolo potrebbe rivelarsi assai più complicato. Perché se è vero che negli Stati Uniti una parte del mondo democratico può guardare alla crescente presenza politica musulmana come a un nuovo bacino elettorale da conquistare, è altrettanto vero che in un’altra parte dell’elettorato crescono timori, diffidenze e, in alcuni casi, vera e propria islamofobia.
Il rischio è quello di un effetto opposto a quello immaginato. La saldatura tra sinistra radicale e una parte dell’elettorato musulmano potrebbe sì consolidare un nuovo blocco in alcune grandi metropoli, ma potrebbe contemporaneamente spingere verso destra altri settori dell’elettorato, anche moderati, già inquieti di fronte ai cambiamenti demografici, culturali e religiosi del Paese profondo.
Insomma, forse AOC sta cercando di sacrificare il woke sull’altare di una nuova coalizione. Ma ogni nuova coalizione, per nascere, produce anche nuovi esclusi. E qualche volta sono proprio questi esclusi a trovare, dall’altra parte, qualcuno pronto a rappresentarli.
Il funerale del woke, insomma, potrebbe essere molto meno interessante di ciò che potrebbe nascere dopo. Perché quando in un’epoca di simulacri se ne abbatte uno, non si scopre alcuna verità; il vuoto sarà riempito da nuovi e più terribili simulacri. Ed è, questa sì, una lezione anche per noi europei.
Alessandro Porcelluzzi