Mer. Set 9th, 2026

Esiste un paradosso doloroso, quasi invisibile a chi non abita le frontiere della clinica sociale, che si consuma quotidianamente all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) per migranti. È il paradosso di un’accoglienza che, quando si struttura unicamente attorno alle logiche del budget e del controllo numerico, cessa di accogliere e si trasforma in un dispositivo traumatogeno. 

Per diversi anni ho operato come psicologo all’interno di queste strutture. Un’esperienza che mi ha permesso di toccare con mano una realtà sommersa: per il richiedente asilo, il trauma non si esaurisce con le privazioni del deserto, le violenze subite in Libia o il terre del viaggio in mare. Spesso, l’impatto con un sistema assistenziale cieco alla soggettività produce una ferita psichica secondaria persino più devastante della prima. Non è raro osservare come i soggetti provenienti da regimi di confinamento o da centri sordi al riconoscimento umano mostrino segni di crollo psicotico o di sradicamento identitario molto più severi rispetto a chi è appena sbarcato. La funzione insostituibile dello psicologo: un ponte tra budget e umanità 

All’interno del CAS, la figura dello psicologo riveste un ruolo unico e strutturalmente insostituibile. Ci si trova ad operare su un crinale scosceso: da un lato, l’ente gestore, un’azienda privata legittimamente interessata alla sostenibilità finanziaria e alla quadratura dei bilanci, mossa da una logica prettamente commerciale dove l’ospite rischia di ridursi a un mero “numero di bando”; dall’altro, la carne viva dei migranti, portatori di storie di indicibile sofferenza e di una vulnerabilità radicale. 

In questo scenario, lo psicologo non è un semplice erogatore di “supporto emotivo“. Diventa un interfaccia, un ponte di mediazione indispensabile. Non si può ignorare la realtà economica della società che offre il lavoro, ma al contempo non si può permettere che tale logica schiacci l’assetto umano. Mediare significa tradurre le esigenze dell’azienda in pratiche rispettose del soggetto e, inversamente, far valere i diritti della salute mentale di fronte alle rigidità amministrative. Questa funzione terapeutico-istituzionale di “cuscinetto” e di garante dell’umanità non può essere delegata a nessun’altra figura professionale. 

L’errore grossolano del Decreto 20/2023: il Medico dentro, lo Psicologo fuori Il recente impianto normativo introdotto dal Decreto Legge 20/2023 (noto anche come Decreto Cutro) ha inferto un colpo letale a questo fragile equilibrio, tagliando drasticamente i servizi di orientamento legale, i corsi di lingua e, appunto, l’assistenza psicologica interna, con la motivazione politica di un “alleggerimento delle spese”. Una scelta che la cronaca giornalistica di testate come La Repubblica e le denunce di network come Melting Pot EuropaAltraPsicologia qualificano come un disastro per l’integrazione. Tuttavia, l’errore metodologico e clinico più grossolano commesso dallo Stato risiede in una bizzarra asimmetria: è stata soppressa la figura dello psicologo interno, mantenendo invece quella del medico. 

Dal punto di vista delle dinamiche di salute e della psicologia clinica, si tratta di un ribbaltamento logico totale: La domanda medica è egodistonica: Quando un soggetto soffre di una patologia organica (un dolore fisico, un’infezione), percepisce chiaramente il malessere come un corpo estraneo. Sorge spontaneamente una domanda di cura. Il migrante sa di stare male e può autonomamente recarsi presso i servizi medici esterni al centro. Il malessere psicologico è spesso egosintonico o silente: Al contrario, i processi traumatici, le dissociazioni, le derive psicotiche e le dinamiche disfunzionali di gruppo non vengono riconosciute come tali da chi le vive. Un gruppo che si radicalizza in comportamenti devianti o un individuo che sprofonda in una depressione catatonica non formuleranno mai una richiesta d’aiuto spontanea verso l’esterno. 

Le patologie della mente e i disagi relazionali all’interno di una comunità coatta come il CAS sono sordi e pervasivi. Devono essere intercettati, monitorati e contenuti da un occhio clinico costantemente presente all’interno del setting comunitario. Isolare il disagio psichico costringendolo ad emergere solo quando si trasforma in emergenza psichiatrica o in devianza sociale è un atto di cecità istituzionale. 

Le conseguenze sulla comunità ospitante sono incalcolabili. Non si tratta solo di una questione umanitaria come giustamente sottolineato dalle analisi di settore, privare i CAS di un presidio psicologico interno significa spingere deliberatamente i soggetti più vulnerabili – tra cui donne e minori inseriti impropriamente in strutture per adulti – verso l’emarginazione cronica. Quando il trauma non trova un luogo di parola e di elaborazione, tende inevitabilmente a tradursi in agiti violenti, psicosi o comportamenti antisociali. L’alleggerimento dei costi odierno si trasformerà, inevitabilmente, in un costo sociale, securitario e sanitario immensamente più alto per tutta la comunità ospitante domani. Un centro di accoglienza che non accoglie, ma respinge psichicamente, non fa altro che prolungare e cronicizzare l’inferno del viaggio. 

Alessandro Nenna

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *