C’è qualcosa di rivelatore, quasi didattico, nelle reazioni dell’ANM al referendum sulla separazione delle carriere. Una parola su tutte: pericolo. Pericolo per la democrazia, pericolo di sottomissione della giustizia alla politica, pericolo di derive autoritarie.
È un lessico automatico, ripetuto, come se bastasse evocare uno spettro per esorcizzare il merito della questione. E proprio per questo è interessante.
Perché a forza di denunciare il rischio, si finisce per raccontare se stessi. Freud lo chiamava proiezione: attribuire all’altro pulsioni e intenzioni che non si vogliono riconoscere come proprie. I cittadini -quelli che seguono la cronaca giudiziaria e quelli che hanno avuto esperienza diretta dei tribunali- sanno però che da tempo il movimento reale è l’opposto di quello denunciato.
Non è la politica che ha colonizzato la magistratura. È la magistratura che, progressivamente, ha interiorizzato la politica. Nei linguaggi, nelle correnti, nei percorsi di carriera, nelle geometrie di potere del CSM. Nei comunicati che sembrano documenti congressuali. Nelle decisioni che assumono una valenza simbolica prima ancora che giuridica. Nel rapporto sempre più opaco con l’arena mediatica e con la politica istituzionale.
La separazione delle carriere viene descritta come una vendetta o come una ritorsione punitiva, come se l’assetto attuale fosse neutro e intoccabile. Ma quell’equilibrio non esiste più da tempo. Lo sanno i cittadini quando vedono magistrati passare dalla toga all’impegno politico e poi rientrare nei ranghi. Lo sanno quando percepiscono una contiguità culturale e talvolta ideologica tra chi accusa e chi giudica. Lo sanno quando i processi sembrano parlare più ai talk show che ai codici.
Separare le carriere non significa sottomettere la giustizia alla politica. Significa tentare di sottrarre la giurisdizione alla tentazione politica. Ripristinare ruoli distinti, responsabilità chiare, confini che oggi sono diventati porosi fino alla confusione. È una riforma liberale, non illiberale. È una richiesta di chiarezza, non di dominio.
Ed è per questo che il referendum non fa paura a chi crede davvero nello Stato di diritto. Fa paura a chi ha confuso l’autonomia con l’immunità, l’indipendenza con l’assenza di limiti, la giurisdizione con una missione morale. L’ANM parla di giustizia piegata alla politica, ma è la politica che da anni viene giudicata prima e altrove, senza responsabilità democratica.
La verità, semplice e scomoda, è questa: la separazione delle carriere non indebolisce la magistratura, la costringe a essere magistratura. La riporta dentro il suo ruolo costituzionale e la sottrae alla sindrome del supplente della politica.
Chi oggi grida al colpo di Stato non difende l’equilibrio dei poteri: difende uno squilibrio che gli è diventato congeniale. E quando lo chiama pericolo per la democrazia, non sta lanciando un allarme. Sta facendo una proiezione. E spera, ancora una volta, che alzare la voce basti per non guardarsi allo specchio.
Alessandro Porcelluzzi