Mer. Ott 14th, 2026
In Francia, in questi giorni, sta succedendo qualcosa che merita di essere guardato con un po’ più di attenzione di quella riservata normalmente alle immagini di ragazzi davanti ai cancelli di una scuola.
La protesta è cominciata il 21 settembre al lycée Saint-Exupéry di Créteil, nella banlieue parigina, dove il problema iniziale era molto concreto: posti di insegnante non coperti, personale insufficiente, difficoltà organizzative. Da lì il movimento si è allargato rapidamente all’Île-de-France e poi al resto del Paese, con il coinvolgimento di centinaia di licei. Le cifre sono naturalmente diverse a seconda che si contino gli istituti semplicemente interessati da azioni, quelli realmente bloccati o quelli nei quali si sono verificati incidenti: il 29 settembre il ministero parlava di 338 istituti coinvolti, mentre le organizzazioni studentesche arrivavano a rivendicarne circa 400.
Le rivendicazioni non sono, almeno all’origine, particolarmente misteriose: più insegnanti e personale scolastico, classi meno affollate, edifici e attrezzature in condizioni migliori, maggiore presenza di personale sanitario e educativo, meno pressione legata a Parcoursup, il sistema attraverso il quale gli studenti francesi accedono all’università.
In molti istituti, soprattutto nelle periferie popolari, gli studenti raccontano una scuola nella quale le ore di lezione saltano perché manca il docente, le classi sono sovraffollate e le differenze tra aree diventano difficili da ignorare.
Sarebbe abbastanza facile liquidare tutto come la solita rivolta adolescenzial-studentesca, ma sarebbe anche troppo comodo. Dietro i blocchi dei licei c’è una parte di disagio reale, che riguarda precisamente il funzionamento quotidiano della scuola.
Poi, naturalmente, c’è tutto il resto.
Perché nel giro di pochi giorni la protesta è degenerata, in alcuni luoghi, in incendi, lanci di mortaretti e altri oggetti contro la polizia, danneggiamenti e aggressioni.
Il bilancio degli arresti è arrivato a superare il migliaio e sono stati segnalati numerosi feriti tra studenti, personale scolastico e forze dell’ordine. A quel punto parlare semplicemente di «protesta studentesca» non basta più e la discussione francese diventa interessante.
Il governo accusa La France insoumise di avere cercato di politicizzare e alimentare la mobilitazione; esponenti di LFI respingono l’accusa e sostengono invece le rivendicazioni degli studenti. Anche questa parte della vicenda va letta per quello che è: uno scontro politico attorno a una protesta che ha però avuto origine da problemi molto concreti delle scuole.
A me interessa soprattutto un’altra questione che è francese, ma anche sicuramente italiana e forse di tutto l’Occidente. Che cosa è rimasto dell’autorità dentro la scuola?
Perché la Francia, sotto questo aspetto, ci sta mostrando qualcosa che conosciamo abbastanza bene anche noi.
All’insegnante abbiamo affidato, negli anni, una quantità impressionante di compiti. Deve trasmettere conoscenze, educare, includere, integrare, prevenire il disagio, contrastare il bullismo, occuparsi delle fragilità, insegnare la cittadinanza, governare il rapporto con i social e compensare anche ciò che famiglia e società non riescono più a fare. Vaste programme, per dirla sempre in francese.
Abbiamo chiesto all’insegnante, anzi preteso dall’insegnante, contemporaneamente, di esercitare un’autorità molto particolare: abbastanza forte da garantire ordine e apprendimento, ma discreta-umile-in punta di piedi da non sembrare autorità; capace di porre limiti, purché nessuno percepisca il limite come un’offesa, ché sono tutti molto permalosi; autorevole, insomma, a condizione di non diventare mai davvero autorevole.
E intanto l’insegnante viene sottoposto a una specie di fuoco incrociato permanente: lo studente contesta la valutazione, il genitore contesta la sanzione, il dirigente contesta la procedura, la procedura contesta la circolare precedente e la circolare successiva spiega come evitare che qualcuno possa sentirsi contestato.
A un certo punto resta una curiosa forma di autorità residuale: quella per cui l’insegnante conserva quasi tutta la responsabilità, ma sempre meno degli strumenti attraverso i quali esercitarla.
Per questo non mi convince neppure l’idea di contrapporre semplicemente gli studenti agli insegnanti. I ragazzi francesi hanno ragioni che meritano di essere ascoltate, così come hanno il diritto di protestare contro una scuola che non funziona. Una scuola democratica dovrebbe persino insegnare loro a mettere in discussione l’autorità, quando necessario (ammesso che gli insegnanti siano a loro volta ancora in grado di farlo, perché per mettere in discussione è necessario pensare ed è mestiere faticoso assai).
La scuola dovrebbe insegnare anche l’altra metà della frase: contestare l’autorità non significa cancellarla, così come avere dei diritti non significa poter ignorare quelli degli altri.
È qui che entrano in gioco gli adulti. Una generazione giovane può permettersi di mettere alla prova i limiti, ma una società adulta dovrebbe invece sapere quali limiti difendere e perché.
La vicenda francese, allora, non parla soltanto di ragazzi, di polizia, di incendi o di bilanci dell’istruzione. Parla di una scuola alla quale chiediamo sempre di più mentre, contemporaneamente, discutiamo continuamente della legittimità di chi dentro quella scuola deve esercitare l’autorità.
E questo vale anche quando si parla di inclusione, pluralismo e laicità. Una scuola aperta a tutti non può diventare una scuola nella quale ogni identità, ogni appartenenza o ogni convinzione possa pretendere uno spazio sottratto alle regole comuni.
Una scuola laica non è una scuola che combatte la religione: è una scuola nella quale nessuna religione, nessuna ideologia e nessuna comunità può pretendere di stabilire da sola ciò che gli altri devono poter dire, pensare o insegnare. E questo per la storia, per la identità francese, è un punto nevralgico. Ma lo è sempre più anche da questa parte delle Alpi.
Forse è questo che dovremmo osservare nelle immagini francesi, oltre la cronaca degli scontri: non soltanto ragazzi che protestano, ma una società che discute, attraverso la scuola, di quanto spazio lasciare alla contestazione e di quanto spazio debba invece restare all’autorità.
Perché una scuola democratica non è quella nella quale nessuno può dire di no. È quella nella quale si può dire di no, anche con forza, sapendo però che esistono regole comuni, istituzioni da rispettare e un adulto che, alla fine della discussione, deve ancora poter dire: questo si può fare, quest’altro no.
Il problema non è che i ragazzi abbiano imparato a contestare l’autorità, ma che noi adulti, troppo spesso, abbiamo smesso di insegnare loro perché vale la pena rispettarla.
Se quel «no» diventa sempre più difficile da pronunciare, non avremo reso la scuola più libera. Avremo (abbiamo ?) semplicemente lasciato l’insegnante solo davanti a tutti, un bersaglio mobile.
Alessandro Porcelluzzi

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