Lun. Dic 15th, 2025

Le elezioni regionali in Puglia consegnano un risultato tanto netto quanto politicamente semplice da leggere: Antonio Decaro vince con il 63,97% dei voti. Un margine schiacciante, reso ancora più evidente dall’assenza di un vero competitore esterno. Il centrodestra, con Luigi Lobuono al 35,13%, non è mai apparso in grado di aprire una partita reale. L’affluenza, intanto, scende al 41,8%, quasi quattordici punti in meno rispetto al 2020: un dato che rimanda a Tocqueville, quando parla delle democrazie in cui “non è l’oppressione a spegnere la partecipazione, ma l’indifferenza”.
Il Consiglio regionale restituisce la stessa immagine: la coalizione di Decaro ottiene 29 seggi su 50, mentre l’opposizione si ferma a 20 più il seggio del candidato presidente sconfitto. Il Partito Democratico è ancora una volta il baricentro della coalizione, con circa il 25,9% e 14 seggi: abbastanza per stabilire gerarchie nette al proprio interno e, come spesso accade, per logorare progressivamente gli alleati. Le liste minori della sinistra — AVS in primis — non superano la soglia e restano fuori; il Movimento 5 Stelle si attesta al 7-8%, con un ruolo secondario. Perfino la lista civica “Decaro Presidente”, intorno al 12-13%, non scalza la centralità dem.
Questo quadro rafforza un’altra constatazione: la sinistra radicale è ormai ultraminoritaria. Non solo non elegge, ma fatica perfino a ottenere visibilità, nonostante avesse riproposto (o forse anche perché ha riproposto?) Nichi Vendola. Come ricordava Bobbio, “la sinistra vive quando riesce a essere conflitto regolato, non testimonianza solitaria”: in Puglia, oggi, è esattamente quest’ultima cosa.
Decaro, però, non ha solo vinto un’elezione: ha chiuso una stagione politica iniziata vent’anni fa. È riuscito a superare — più nei fatti che nelle parole — la fase dominata da Michele Emiliano e Nichi Vendola. Emiliano, animale politico onnivoro, per anni ha incorporato, assorbito, ricomposto tutto ciò che la politica regionale gli metteva davanti — correnti, civiche, movimenti, avversari interni. La sorpresa, semmai, è che Decaro abbia saputo spostare quell’ecosistema senza uno scontro frontale, ma con un progressivo slittamento di potere e consenso.
Va però detto, anche se è lapalissiano, che eliminare la figura non significa eliminare la rete: molti amministratori cresciuti nel sistema emilianista sono ancora lì, rieletti o promossi. Decaro ha portato con sé una nuova generazione, ma nuovamente composta di sindaci e amministratori locali, e non ha reciso il cordone con l’eredità precedente. Ha riorganizzato il quadro, più che sostituirlo.
Resta la questione centrale: Decaro ha vinto molto, ma non è ancora chiaro per fare cosa. L’operazione politica — ampliare la coalizione, consolidare il PD, costruire un blocco amministrativo fedele — è stata realizzata con efficacia. Manca però una visione riconoscibile per la legislatura che arriva: quali priorità, quali riforme, quale identità. Il passaggio dalle, forti nel bene e nel male, personalità del passato (Vendola ed Emiliano) a una gestione più… più tecnica? amministrativa?,  può essere un vantaggio o un limite, ma per ora resta indefinito.
In sintesi: Decaro trionfa senza avversari esterni, il PD domina e logora, la sinistra radicale scompare; si chiude la stagione dell’“animale politico onnivoro” Emiliano, ma non necessariamente quella dei suoi uomini; si rinnova la classe dirigente, ma senza un progetto chiaro. I numeri sono chiarissimi. Le prospettive molto, molto meno.

Alessandro Porcelluzzi

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