Vannacci è l’ennesima fioritura dell’abbassamento del livello del dibattito pubblico. È il punto di emersione di una lunga sedimentazione, geologica viene da dire, in cui ciò che un tempo veniva tenuto ai margini del dicibile (non perché assente, ma perché politicamente e culturalmente filtrato) oggi, un oggi che dura da trent’anni, riemerge senza attrito, senza ritegno, senza quella grammatica implicita che regolava l’indicibile.
È frutto, da un lato, dello sdoganamento progressivo di un lessico e di una postura che fino a mezzo secolo fa sarebbero sembrati non solo inopportuni, ma quasi osceni nella loro immediatezza priva di mediazione; ed è come se la “taverna” di Bossi, per usare una metafora ormai storicizzata, si fosse lentamente trasfigurata in “caverna”: luogo non più periferico del discorso, ma sua incubazione permanente, un’ombra lunga che si fa sostanza.
Dall’altro lato, però, non si comprende il fenomeno se non lo si legge come risposta, uguale e contraria (ferinamente speculare e, proprio per questo, difficilmente liquidabile come semplice regressione) alla mutazione genetica di una certa cultura progressista. Una cultura e visione del mondo, che un tempo avremmo definito di sinistra, che ha subito una torsione, e che oggi traduce la propria tensione etica in dispositivo normativo, il proprio linguaggio emancipativo in codice prescrittivo, la propria apertura in una forma rigida di controllo simbolico. Ne nasce una dinamica paradossale: due poli che si definiscono a vicenda, due unilateralità che si rafforzano reciprocamente, come in uno specchio incrinato dove ogni immagine è insieme originale e caricatura.
Infine, e forse qui sta il punto meno immediato ma più strutturale, ciò che emerge è la prova che il conflitto orizzontale, in tutte le sue forme (uomo-donna, etero-omotrans, locali-immigrati ecc.) non può essere né negato in senso irenico-liberale, come se bastasse la progressiva razionalizzazione del sociale a dissolverlo, né semplicemente riassorbito nel conflitto verticale in senso marxista, capitale-lavoro, come si trattasse solo di epifenomeno di un’altra contraddizione più “vera”. Il conflitto orizzontale invece è presente ovunque, trasversale, diffuso, capillare: non si lascia ridurre senza residuo, non si lascia educare fino alla sparizione.
Negarlo o ricondurlo ad altro non ne cancella la potenza evocativa, ma semmai la rende più imprevedibile, più carsica, più intermittente. È un toro che non rispetta la geometria dei recinti teorici: non basta spostarlo di categoria per neutralizzarlo, né basta reinterpretarlo per dissolverlo. Va invece riconosciuto nella sua consistenza concreta, preso per le corna senza illusione di sintesi definitiva, affrontato non con la pretesa di risolverlo una volta per tutte, ma con il pragmatismo spoglio di chi sa che il conflitto non è un’anomalia del sistema, bensì una delle sue forme permanenti di esistenza.
Alessandro Porcelluzzi