Il cosiddetto campo largo del centrosinistra rischia di trasformarsi assai presto in un campo infeltrito. In tutta Europa appare evidente come una parte consistente della domanda politica dell’elettorato si orienti verso temi tradizionalmente associati alla destra: controllo dell’immigrazione, reazione alla cultura woke, all’intersezionalismo e al politicamente corretto, richiamo alla nazione, al patriottismo, alla tradizione e, in alcuni contesti, a una maggiore omogeneità culturale. Sono questioni che alimentano il consenso delle forze conservatrici e/o sovraniste, tanto di quelle consolidate quanto di quelle emergenti.
In Italia, un centrosinistra in affanno ha scelto di puntare soprattutto sull’unità. Una strategia comprensibile, ma potenzialmente fallimentare poiché rischia di trasformarsi in un arrocco e, al tempo stesso, in una trappola.
Da un lato, infatti, la coalizione è sottoposta alla pressione dei propri margini. L’iniziativa di Spazio Pubblico, Azione e Partito Liberaldemocratico (per citare solo i principali promotori) potrebbe sottrarre al centrosinistra una quota di voti decisiva nell’area moderata, soprattutto in funzione della legge elettorale che sarà adottata.
Dall’altro lato, il campo largo rischia di essere incalzato anche sul versante opposto. Non necessariamente da una sinistra tradizionale (i massimalisti di sinistra, e le loro mille gemmazioni, sembrano avere sempre meno appeal), ma da soggetti politici che puntano a intercettare le mobilitazioni più radicali e un vago-confuso malcontento. È il caso di Alessandro Di Battista, che potrebbe cercare di costruire una nuova proposta politica facendo leva, tra gli altri temi, sulla forte mobilitazione a favore della causa palestinese (calamita sinistra, o a sinistra, degli ultimi mesi, anzi anni). Un’iniziativa di questo tipo, se trovasse consenso, renderebbe ancora più difficile per il centrosinistra mantenere un equilibrio tra le proprie diverse anime, esponendolo a una competizione simultanea sia al centro sia alla sua sinistra più radicale.
Ma la fragilità del campo largo non deriva soltanto dalle pressioni esterne. Essa è anche il riflesso delle profonde divergenze che attraversano la coalizione. Al di là della rappresentazione di un fronte unito contro il governo, permangono differenze sostanziali sulla politica estera, sul sostegno all’Ucraina, sulle politiche energetiche, sul rapporto con il mercato, sulle riforme istituzionali, sulla giustizia, sull’immigrazione e perfino sull’idea stessa di Europa.
E qui torna il tema dell’arrocco. L’emergere di un Vannacci alla destra del centrodestra può condurre a due esiti differenti (slittamento a destra, nei toni e nei programmi, del baricentro della coalizione o, al contrario, spostamento verso il centro e una alleanza più larga di matrice moderata, magari con una Lega svuotata da Futuro nazionale); ciò è possibile appunto perché, in Italia e in Europa, appare evidente una domanda forte su temi conservatori-sovranisti, di cui l’offerta politica vecchia e nuova è semplicemente specchio. L’agenda dell’opinione pubblica permette molte variazioni sul tema, e il tema o meglio i temi sono invariabilmente affini alla destra dell’arco parlamentare. Al contrario l’arrocco del campo largo rischia di renderlo infeltrito. Al centro e alla propria sinistra ha solo ex alleati oggi avversari, addirittura nemici. I temi cavalcati, a seconda delle sensibilità, appaiono troppo rosé o troppo radicali. In tutti i casi: insoddisfacenti. Un tempo il PD giocava anche molto sulla capacità di governo, sull’essere un partito naturaliter istituzionale. Anche su questo, francamente, non pare essere più granché in forma. È sufficiente immaginare una sola grande questione, di politica interna o internazionale: trovare una quadra tra i quattro amici al bar è già una impresa (e appena si nomina Renzi…).