C’è una trasformazione sottile, ma decisiva, che ha attraversato la scuola italiana negli ultimi trent’anni. Non si è verificata in un giorno, non è frutto di una singola riforma, né di un solo ministro. È un mutamento di linguaggio e, come sempre accade, i mutamenti di linguaggio rivelano mutamenti di potere.
Oggi la scuola non insegna più: educa a. Educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla sessualità, all’affettività, alla parità, alla sostenibilità, alla gentilezza. Ogni nuova “educazione a…” viene presentata come un progresso, una conquista, una modernizzazione.In realtà, ciò è il sintomo di un progressivo svuotamento della funzione formativa della scuola.
Quando una società non crede più nella forza autonoma del sapere, trasforma l’istruzione in terapia. L’insegnante non è più colui che apre mondi, ma colui che gestisce stati d’animo. La cultura, ridotta a repertorio di competenze emotive, serve a evitare conflitti invece che a comprendere la realtà.
Si parla di “educazione all’emotività” come se le emozioni fossero un software difettoso da correggere, non un terreno di libertà e contraddizione.E l’“educazione alla sessualità” diventa de facto un prontuario amministrativo del comportamento corretto. Così la scuola si adatta all’epoca del management psicologico: i problemi vengono gestiti, non compresi; le differenze vengono neutralizzate in nome di una presunta inclusione, che finisce per coincidere con la cancellazione del conflitto.
Ma un’educazione che mira solo a evitare il disagio è un’educazione che rinuncia alla crescita. La cultura scolastica è passata dal lessico della conoscenza a quello dell’“empowerment”, della “motivazione”. Categorie che hanno un effetto preciso: spostano la scuola dal terreno del sapere a quello del comportamento. Dietro questa mutazione si intravede una paura collettiva: la paura che la scuola possa ancora insegnare a pensare.Pensare significa scegliere, discernere, prendere posizione. Ma una società fondata sul consumo e sull’opinione non tollera più la distinzione tra vero e falso, giusto e ingiusto.Preferisce un’educazione che insegni a “sentirsi bene” piuttosto che a “sapere come stanno le cose”.
C’è però un aspetto che raramente viene osservato. Mentre la scuola pubblica si riempiva di “educazioni a…”, le classi dirigenti (dominanti,si sarebbe detto un tempo)si difendevano. Hanno spostato i figli nei licei internazionali, nei collegi bilingui, nelle accademie private dove si studiano ancora filosofia, matematica, letteratura, economia politica. Lì non si parla di “educazione emotiva”: si studia la logica. Non si organizza il “mese della consapevolezza affettiva”: si imparano il dibattito, la scrittura argomentativa, la storia delle istituzioni.
Il risultato è una nuova forma di segregazione culturale: la scuola pubblica, destinata alle masse, educa a comportamenti socialmente corretti;la scuola privata, internazionale of course, destinata all’élite, forma ancora a decisioni.È una divisione del lavoro simbolico: agli uni la sensibilità, agli altri il potere.
Questo doppio sistema non è accidentale.È il modo in cui le classi dirigenti si proteggono da ciò che predicano. Mentre le famiglie della upper class finanziano progetti di “educazione inclusiva” nelle scuole pubbliche, assicurano ai propri figli un’istruzione esclusiva altrove. Il linguaggio del progresso serve così a mascherare una regressione sociale: la rinuncia dello Stato a garantire un’uguaglianza formativa reale.
Si dirà che la scuola deve essere neutra, che non può imporre valori. Ma la pretesa neutralità delle “educazioni a…” è solo una forma sofisticata di ideologia. Perché anche decidere di non scegliere è una scelta. Dietro l’apparente neutralità affettiva si nasconde una pedagogia del conformismo. Si insegna a non urtare, a non offendere, a non dire.
Ma un ragazzo che non impara a dire rischia di non imparare nemmeno a pensare. La cultura nasce dal conflitto, non dalla sua anestesia.La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a sostenere un’idea, a sopportare la contraddizione, a misurarsi con la complessità del mondo.
Ridurre tutto a “educazione emotiva” significa negare la dimensione tragica e creativa dell’umano. E quando l’umano viene ridotto a terapia, la società diventa un reparto di convalescenza permanente. Rivendicare la centralità del sapere non è dunque oggi un gesto nostalgico. È un atto politico.
Solo la conoscenza può ancora rendere l’individuo libero da manipolazioni, da slogan, da suggestioni collettive.L’educazione emotiva, così come oggi viene concepita, è spesso il contrario della libertà: è la sua simulazione.Si parla di autonomia mentre si addestra alla dipendenza; si predica la tolleranza mentre si censura il dissenso. Il compito della scuola non è “educare a…”, ma insegnare che cosa significa essere uomini e donne nella storia.Non è un compito facile, ma è l’unico che valga la pena difendere.E forse è per questo che chi può permetterselo preferisce pagare perché i propri figli continuino a riceverlo.
Alessandro Porcelluzzi