Capita spesso, nel lavoro di supervisione e nel confronto con colleghi, di imbattersi in proposte cliniche che promettono scorciatoie. Di recente mi sono confrontato con la comunicazione di un centro che si rivolge a pazienti “che hanno difficoltà a raccontarsi”: niente anamnesi, niente ascolto della storia personale, solo tecniche pronte all’uso — CBT, approccio strategico breve — applicate a prescindere da chi si ha di fronte. Mi ha colpito non tanto la proposta commerciale in sé, quanto la fantasia che la sostiene: che si possa curare qualcuno senza sapere chi sia, cosa cerchi, perché sia arrivato lì proprio ora. Ho provato a mettere per iscritto perché questa promessa, più che un’innovazione, mi sembra un equivoco di fondo sulla natura stessa della cura.
C’è un passaggio però che precede qualsiasi orientamento o tecnica psicoterapeutica: la fase di accoglienza, l’anamnesi e l’analisi della domanda.Quando una persona dichiara di non voler “dire i fatti propri”, non sta semplicemente ponendo una condizione logistica: sta portando una specifica fantasia relazionale. Sta esprimendo una difesa, una diffidenza o un bisogno rigido di controllo rispetto al colloquio.
In ambito clinico, l’obiettivo psicologico non è rassicurare l’utente dicendogli “Nessun problema, abbiamo il protocollo pronto che prescinde da te e dalla tua storia”. Rispondere così significa: colludere con la difesa: Invece di trasformare la resistenza o la diffidenza del paziente in un oggetto di conoscenza e di lavoro clinico, la si accetta acriticamente pur di avviare la prestazione. Confondere la tecnica con la cura: Saltare la decodifica della domanda per passare direttamente all’applicazione di un intervento significa ridurre la psicologia a una sequenza di procedure asettiche. Annullare la relazione: Senza un’analisi di chi sta chiedendo aiuto, del perché proprio ora e del modo in cui si sta rapportando al professionista, non c’è presa in carico, ma solo erogazione di un servizio commerciale. Prima ancora di scegliere la tecnica o l’approccio, la psicologia insegna a comprendere il senso della richiesta. Far credere che si possa fare un percorso saltando la conoscenza del soggetto significa vendere un’illusione tecnicistica che nulla ha a che fare con la complessità del lavoro clinico.
Inoltre ancora: C’è un passaggio metodologico che precede qualsiasi orientamento o tecnica psicoterapeutica: la fase di accoglienza, l’anamnesi e l’analisi della domanda, così come è stata teorizzata e strutturata da Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia. Quando una persona dichiara di non voler “dire i fatti propri”, non sta semplicemente ponendo una condizione logistica o una preferenza di metodo: sta portando all’interno del colloquio una specifica fantasia relazionale. Sta esprimendo una difesa, una diffidenza o un bisogno rigido di controllo nei confronti del contesto clinico. Come insegnano Carli e Paniccia, l’obiettivo dello psicologo non è rassicurare l’utente dicendogli “Nessun problema, abbiamo il protocollo pronto che prescinde da te e dalla tua storia”. Rispondere in questo modo significa crollare nell’equivoco tecnicistico:
Colludere con la difesa del paziente: Invece di trasformare la resistenza o la diffidenza in un oggetto di lavoro clinico (analizzando come la persona organizza la relazione con il professionista), la si accetta acriticamente pur di avviare la prestazionne. Confondere la tecnica con la risposta al bisogno: Saltare la decodifica della domanda per passare direttamente all’applicazione di un intervento “chiavi in mano” significa ridurre la psicologia a una sequenza di procedure asettiche. Annullare la funzione clinica della relazione: Senza un’analisi di chi sta chiedendo aiuto, del perché lo sta facendo proprio ora e delle fantasie con cui investe il setting, non c’è una reale presa in carico, ma solo l’erogazione di un servizio di consumo.
Prima ancora di scegliere la tecnica o la scuola di pensiero, il lavoro psicologico richiede di comprendere il senso e la struttura della richiesta. Far credere che si possa fare un percorso efficace scavalcando la conoscenza del soggetto e l’analisi della sua domanda significa vendere un’illusione prestazionale che snatura la complessità dell’intervento clinico.
Alessandro Nenna