Sta diventando una formula sempre più riconoscibile negli annunci del settore socio-educativo e residenziale: si cerca uno “psicologo” che, nei fatti, viene inserito come operatore di comunità.
Non si tratta di casi isolati, ma di una struttura linguistica ricorrente che produce un effetto preciso: l’innalzamento formale del titolo e l’abbassamento sostanziale delle mansioni.
La questione non è teorica. È organizzativa.
Quando un titolo professionale complesso viene richiesto, ma le funzioni reali riguardano turnazione, copertura del servizio, gestione della quotidianità, presenza h24 e compiti educativi generici, si crea una disallineamento strutturale tra qualificazione e utilizzo.
In questa zona grigia il titolo di “psicologo” rischia di diventare una etichetta funzionale più che una competenza attivata.
Il risultato è prevedibile:
- compressione del valore professionale
- ambiguità contrattuale permanente
- ricambio elevato del personale
- normalizzazione del lavoro ibrido non dichiarato
Non è una questione individuale dei singoli enti. È una logica di sistema che si regge proprio sull’ambiguità: mantenere flessibile il ruolo, variabile la funzione, e indefinita la soglia tra educativo, assistenziale e psicologico.
Il punto critico è semplice e radicale:
o si assume uno psicologo per utilizzarne le competenze psicologiche,
o si assume un operatore di comunità e lo si dichiara come tale.
Tutto il resto è una zona intermedia che finisce per scaricare sul professionista il costo dell’indeterminatezza organizzativa.
E quando l’ambiguità diventa norma, non è più un problema di singoli annunci: è un modello di funzionamento del lavoro nei servizi.
Alessandro Nenna