Lun. Ago 17th, 2026

Esiste un rischio strutturale che abita la psicoanalisi fin dalle sue origini, e che Jacques Lacan aveva individuato con estrema lucidità: il rischio che la trasmissione della teoria si trasformi in una dottrina accademica, e che la scuola di analisi diventi un rifugio di intellettuali anziché un luogo di clinici.

Lacan ci ha ricordato che «l’analista si autorizza da se stesso… e da qualche altro». In questa formula non c’è spazio per i titoli accademici o per lo sfoggio di un sapere enciclopedico. L’autorizzazione non si misura sulla capacità di fare spettacolo con i concetti, ma sul lavoro vivo, silenzioso e rigoroso della clinica dell’uno per uno. Questa scissione traccia un confine netto tra due funzioni radicalmente diverse, che possiamo riassumere in questo schema strutturale:

L’Analista da SeminarioL’Analista in SedutaLavora sulla trasmissione del sapere (Saper-dire).Lavora sulla produzione della verità (Saper-ascoltare).Alimenta il transfert e la propria immagine (Io).Accetta di farsi scartare dal paziente per far emergere il soggetto ($ $$ ). Cerca la coerenza della teoria. Accoglie l’incoerenza e la frammentazione del Reale.

Le due posture dell’analisi

La tentazione di ridurre la psicoanalisi a un esercizio retorico è forte. Il linguaggio lacaniano, con le sue matematiche e i suoi nodi, si presta a essere cavalcato da chi possiede una spiccata dote oratoria. Tuttavia, la padronanza del “saper-dire” in un’aula o su una bacheca social risponde a logiche opposte rispetto a quelle che governano la stanza d’analisi.

Mentre l’analista da seminario lavora inevitabilmente sulla trasmissione di un sapere strutturato, l’analista in seduta è orientato alla produzione di una verità che è, per definizione, frammentaria e singolare. Nei grandi dibattiti o nelle conferenze, la parola serve spesso a nutrire l’Immaginario, alimentando il transfert del pubblico e la consistenza dell’Io di chi parla. In seduta, al contrario, la postura etica impone all’analista di deporre il proprio Io. Egli deve accettare di incarnare il posto del morto, l’oggetto a, lasciandosi finanche scartare dal paziente affinché possa emergere la divisione soggettiva ($ $$ ).

Accogliere la frammentazione del Reale

La distinzione fondamentale risiede nel rapporto con il sapere. Il teorico puro cerca la coerenza interna della mappa concettuale, l’eleganza della formula, la chiusura del sistema. Ma la clinica del Reale non è mai elegante, né coerente: è fatta di inciampi, di lapsus, di sintomi refrattari alla logica, di silenzi pesanti e di esplosioni impreviste.

Il vero clinico è colui che non usa la teoria come uno scudo per proteggersi dal paziente o come un catalogo di etichette da applicare per sedare la propria ansia di non sapere. L’analista in seduta accoglie l’incoerenza. Sa che il sapere della psicoanalisi non è un sapere già pronto da rovesciare sull’altro, ma un sapere non saputo che si produce solo nell’atto della parola dell’analizzante.

Saper affascinare un uditorio con la retorica è una dote teatrale; saper sostenere l’angoscia del Reale nel silenzio del setting è, invece, l’essenza dell’atto analitico. È in quella stanza, lontano dai riflettori della tastiera, che la psicoanalisi smette di essere filosofia e diventa, finalmente, cura.

Alessandro Nenna

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