Ven. Set 17th, 2021

L’assoluzione dell’ex Sindaco di Lodi, Simone Uggetti, sembra aver aperto un ulteriore fronte, o forse allargato l’ennesima frattura, all’interno del M5S. Luigi Di Maio in una lettera al quotidiano Il Foglio ha infatti proposto un mea culpa, non solo individuale, ma anche collettivo, che sembra una completa inversione rispetto al giustizialismo del Movimento.

Di Maio ha scritto, a proposito del furore dimostrato nei confronti dell’ex Sindaco da parte del M5S, di comportamenti, di modalità “grottesche e disdicevoli”. Giuseppe Conte ha ripreso la questione, complimentandosi con Di Maio, e proponendo un, a dire il vero non chiarissimo, equilibrio tra garantismo e giustizialismo, con una formula sibillina: “Sia chiaro: la via maestra è realizzare un sistema che offra risposte chiare e certe alla domanda di giustizia, non scorciatoie nel segno della “denegata giustizia”.

La svolta di Di Maio non è piaciuta a Marco Travaglio, intellettuale di riferimento, come noto, del M5S e vero tramite tra le Procure d’Italia e le aule del Parlamento. Non piace invece la nuova versione garantista a molti parlamentari del M5S e anche a molti più o meno ex.

Perché oramai il M5S, che fu granitico e monolitico movimento-non-partito, è uno e trino, o forse più. C’è la componente di L’alternativa c’è, con Cabras e altri, ovvero di coloro che hanno abbandonato il Movimento con la nascita del governo Draghi. C’è la frazione di Barbara Lezzi e Nicola Morra, anche loro contro il governo Draghi, che forse si chiamerà Coraggio. C’è poi la questione del divorzio con Rousseau e Casaleggio. E ancora Alessandro Di Battista, conteso e corteggiato un po’ da tutte queste anime disperse.

Il giustizialismo e il nuovo presunto garantismo sono senza dubbio un banco di prova per queste manovre, ma non solo. Per una serie di ragioni.

In primo luogo populismo e giustizialismo sono consustanziali. Tre temi hanno dominato l’agenda politica e dei media, ovunque nel mondo, durante il cosiddetto “momento populista”: immigrazione; sicurezza; corruzione. Con tutta evidenza questi temi hanno come tratto comune la fiducia in, e il ricorso a, polizia e magistratura come strumenti di risoluzione di conflitti e problemi. Quindi Di Maio coglie, con la propria azione, il tramonto di una stagione politica . Insomma conferma, dall’interno del partito frutto e simbolo proprio di quella stagione, la sua definitiva dipartita.

In secondo luogo il giustizialismo italiano ha radice molto più profonde e risale almeno alla stagione di Mani Pulite. Un mea culpa su un singolo episodio, fosse anche segno di una revisione dell’atteggiamento di un movimento/partito, non è sufficiente a cambiare il codice, il lessico, la struttura argomentativa, su cui poggia una narrazione lunga trent’anni.

C’è dunque infine da vigilare sulla parzialità e la faziosità in tema di giustizia. Oggi si può e si deve prendere sul serio chi si muova seguendo due direttrici fondamentali: il rispetto assoluto e rigoroso dei diritti degli indagati e degli imputati, ovunque siano collocati; la riforma complessiva della giustizia che separi le carriere nella magistratura e che ponga un limite alla influenza, nelle sorti della vita democratica, della magistratura e delle sue azioni. Non si può più recuperare la credibilità (vale per il M5S tanto quanto per tutte le altre forze dell’arco parlamentare che, negli anni e a turno, si sono scagliati facendo tintinnare manette contro gli avversari). Si può invece, umilmente, seriamente e silenziosamente, contribuire al cammino verso una più compiuta civiltà giuridica. Ovvero anche: verso una più matura e piena democrazia.

Alessandro Porcelluzzi

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