Ven. Set 17th, 2021

Non sono d’accordo con la visione del Professore filosofo Umberto Galimberti sul concetto di consulenza filosofica quale nuova forma terapeutica e sostitutiva della psicoanalisi. La sua alternativa sarebbe un modello filosofico mirato: a “educare alle emozioni“. Quanto poi questa proposta potrebbe essere valida se si dimostra contraddittoria anche su un altro principio dettato dallo stesso Galimberti, fautore della critica sulla tecnica? La stessa applicata nelle attività educative, pedagogiche e riabilitative. Oggi di questi esercizi teorici sempre più sofisticati ed elaborati ce ne sono fin troppi e non mi pare chissà quale risultato stiano dando. Alla fine l’unico dato certo è che sottraggono tempo all’insegnamento scolastico o agli spazi espressivi e individuali, come scrive M. Recalcati nel suo libro “l’ora di lezione”.

Galimberti quindi applicando enfasi alla filosofia o a educare alla filosofia, (riportare tutto alla filosofia), pur riconoscendogli l’enorme e necessario contributo e l’insostituibile valore culturale per entrambi, sembra voler “scalzare” il posto della soggettiva alla pratica psicoanalitica. Mi verrebbe da pensare che forse ha mancato o è andato storto qualcosa della sua analisi personale? Non saprei dare altra spiegazione a questo ingenuo “scivolone” nei confronti del metodo psicoanalitico, visto che più che una critica sembra “un attacco”. Noto anche una certa incongruenza sui discorsi che fa sulla morte, visto che tra le righe dei suoi dibattiti sembra riportare delle piccole contraddizioni che ne farebbero ipotizzare una certa tendenza contraria sul versante della paura.

 Lo scrittore giornalista Davide Brullo, scrive di Galimberti “fa felici dall’attico del suo ego è un esempio netto di senescenza del pensiero, di obnubilamento psicoanalitico” attraverso anche la dichiarazione su Freud tacciandolo un autore oramai obsoleto, forse riferendosi all’ambiente di riferimento dell’epoca, la Vienna bigotta che faceva da cornice per i suoi scritti.

Obnubilamento della psicoanalisi ma fino a che punto Galimberti vorrebbe spingersi in questa direzione fallace? Forse ha dimenticato i risvolti partendo da Freud, avuti dopo le teorie della linguistica strutturale con l’influenza della corrente lacaniana, con i matemi e le teorie dei quattro discorsi tra cui ultimo il discorso del capitalista?

Torniamo alla psicanalisi con lo psicanalista parigino Jaques Lacan. Tra il 1969 e il 70 esce una raccolta dei suoi seminari chiamati “Il rovescio della psicoanalisi”. Egli cerca di chiarire il rapporto tra psicoanalisi e filosofia, partendo dalla domanda: ma che cosa è un discorso? Il celebre motto “l’inconscio è il discorso dell’Altro” che può tradursi. L’inconscio è la parola dell’altro che sono per me stesso, la parola che io preferisco e di cui mi sfugge puntualmente il senso (ↅa parler); e l’inconscio è la parola di quell’altro in cui io (je) scorgo e identifico il mio Io (Moi). Nel 1969 formalizza l’uso del termine con la sua teoria dei quattro discorsi    L’argomento in quegli anni è nell’aria da tempo. Nel 1960 si sviluppa tutto un settore della linguistica che prenderà il nome di “analisi del discorso”. E per fare tra nomi illustri, prima Benveniste, poi Barthes e infine Foucaut si occupano del problema. Torniamo al discorso: che cos’è? E’ una struttura composta da quattro radicali ($=soggetto barrato/ S1=significante maestro/ S2= il sapere in cui il il soggetto si specchia/ a= l’oggetto della pulsione e del godimento) che compongono la soggettività a secondo delle figure: Il discorso dell’isterica alla ricerca del senso e del sapere;2) il discorso del maestro; 3) il discorso della scienza e del sapere scisso alla verità; 4) il discorso dell’analista che incarna sempre (a), l’oggetto della pulsione. Questi sono in rapporto inizialmente tra due e che poi ne producono un terzo: un rapporto di produzione da cui rimane escluso di volta in volta il quarto che va a occupare il posto della verità. o del senso inafferrabile. La scienza in virtù dell’impianto teorico di Lacan produrrebbe una frattura radicale tra il sapere e la verità, tra il sapere e il senso del proprio discorso, che potremo definire a secondo la situazione rimozione o forclusione di S1, che è riconducibile in questo caso ad un’altra definizione principale in chiave lacaniana che è il “Nome – del – Padre”, che costituisce la “metafore di tutte le metafora necessaria per poter sostenere il soggetto nello stato di cultura e di parola”. Infatti avendo perso la sua costituzione naturale la metafora paterna costituisce l’operatore logico che supplisce alla rimozione originale. In poche parole la scienza ammala. Freud in questo caso da ingenuo pioniere invece ha cercato di poter trovare un rimedio come tentativo per rimanerne fedele.

Tornando alla filosofia, quest’ultima, quella per cui Galimberti si vuole elevare a Maestro non fa che impersonare l’S1 del nome del padre che entra in rapporto con il sapere (S2) che in questo caso produce plus godere(a). In tutto ciò quello che rimane escluso in questo rapporto di produzione è il rapporto con il senso inteso come verità sempre in fuga dal proprio discorso. Il discorso del maestro in tal senso diviene il discorso del soggetto cartesiano, “un soggetto che si suppone perfettamente trasparente negando l’accesso all’inconscio e godendo del proprio sapere”. (D.Tarrizzo Introduzione a Lacan- Ed.La terza p.90) In tal senso il “cogito ergo sum diventa il discorso del filosofo e del Galimberti. Insomma una filosofia oggettiva e non del soggetto. Ecco perché nella pratica analitica l’analista lacaniano viene inteso come “soggetto supposto sapere.

Alessandro Nenna

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