Nulla avviene per caso.

Ho tra le mani un libro. Il libro. E non perché sia un Oscar o uno Strega, ma perché l’ho salvato da morte certa in un qualche cassonetto o in un sacco nero gettato ai margini di un marciapiede del quartiere dove i miei genitori hanno vissuto per una vita intera.

Non per incuria o poco amore per i libri, ma per la fretta febbrile, unita al dolore quasi rabbioso per la perdita di una persona cara, che ti fa dimenticare il valore affettivo delle cose, con cui è avvenuto lo sgombero dell’appartamento subito dopo la morte di mia madre.

Al solo pensiero tremo.

Lo guardo con la tenerezza di chi vuol proteggere qualcosa di fragile e indifeso. Come penso si faccia per un randagio salvato dalla strada, e lo porto a me. Al mio respiro.

Ne inalo l’odore di carta e delle dita che l’hanno sfiorato, sfogliato, segnandone la pagina di pausa lettura con una piega a orecchia, come facevi sempre, madre mia dolcissima.

Era da tempo che ti regalavamo libri, io e le mie sorelle, per accompagnarti lungo i giorni di noia e tristezza della tua lunga età e per regalarti ancora palpiti di amori in gioco e di promesse di giovinezza. Di vita.

Eh sì, perché un libro ha un grande potere evocativo e mescola realtà e finzione. Crea illusioni, regalando sogni.

Ha un effetto placebo che può guarire, o almeno ci prova, senza effetti collaterali.

Sono certa, madre, che tu abbia amato questo libro.

Lo avevo scelto per te e, come facevo sempre, l’avevo letto prima di regalartelo.

Io non segno mai le pagine con pieghe, ma ora che lo sto rileggendo, provo una tenerezza infinita a fermarmi ad ogni punto dove un’orecchietta mi dà il ritmo del tuo procedere nella lettura. Ad ogni tua pausa chiudo il libro e attendo l’indomani.

Le tue mani, madre, sulle mie mani, le mie dita sulle tue, nell’illusione certa che ci siamo sempre, l’una per l’altra. Che tu ancora per me ci sia.

La copertina è bella, blu, con case dai colori pastello di una Londra dove il cielo cambia sempre colore e dove amori si formano, si rincorrono, si placano, respirano in una libreria che si vuole salvare a tutti i costi.

Amori che fanno bene e male. Come fa la vita.

Ho sempre scelto per te libri lievi, madre, di lettura scorrevole e di non complicato costrutto. Non volevo che abbandonassi la lettura per stanchezza, anche se le pause prima lunghe, poi sempre più brevi, impresse nelle pieghe, mi danno la percezione triste del tuo sempre più incalzante bisogno di riposo.

“Ti piace?” ti chiedevo.

“Sì, mi piace” rispondevi, sorridendo, ed io non ero certa che ricordassi tutta la storia e allora la raccontavamo insieme, come si fa con i bimbi prima del sonno, quando vogliono ascoltare e ascoltare per poi portarselo nel sogno quel dolore o quell’amore. Tu eri la più brava di noi due e ridevi della mia smemoratezza, acuta e soddisfatta della tua sorprendente memoria.

Ricordo che un passo del libro ti colpì. Me ne volesti parlare per telefono ed io cercavo con sforzo mirandolesco di ricordare.

Si parlava di quando la protagonista e la sua amica, da ragazze, erano entrate nel tunnel della droga da cui ne erano uscite insieme, a differenza del compagno della prima che non ce l’aveva fatta.

Questo, quello della droga, era un problema che ti aveva sempre colpita e che ora tornava a farlo, e me ne parlavi come se i personaggi fossero persone reali, dimentica per un po’ che la storia fosse del tutto frutto della fantasia dello scrittore. E ti infervoravi nel discorso, rimproveravi l’uomo per la debolezza e, al mio commento divertito, alla fine ridevi.

Potere ipnotico della lettura.

Giro il libro e leggo sulla quarta di copertina queste parole: “ Il destino è quella porta socchiusa da cui ogni tanto puoi sbirciare. E allora vedi che nulla avviene per caso e che tutto ha un senso…”

Grazie libro di Luca Bianchini: Dimmi che credi al destino.

Grazie perché sei tornato a me in altra forma … con un altro senso.

 

Annabruna Gigliotti

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *