Dom. Dic 5th, 2021

Frammenti di vita ed epilogo di morte di Alma Sejdini, detta Adelina 113

Il 6 di novembre termina l’avventura di Alma Sejdini.

“Ex- prostituta albanese”, così molte testate giornalistiche, col tipico modo sbrigativo, incauto, machiste, hanno riportato e rimbalzato la triste e terribile notizia.

Alma era una vittima di tratta.

All’età di 17 anni era stata rapita e portata nel Nord Italia con altre ragazze, alcune delle quali, appena quattordicenni, ed era stata brutalmente costretta a prostituirsi.

Oltre vent’anni fa, proprio grazie al suo spirito ribelle, e al suo indomabile coraggio, denunciò i suoi aguzzini e fece arrestare una quarantina di persone. Da quel momento, si era attivata in ogni modo per contrastare lo sfruttamento alla prostituzione e aveva continuato a collaborare fianco a fianco con le Forze dell’Ordine.

Ed era stata ricambiata dal loro sostegno personale e umano, quindi non solamente all’interno dei canali istituzionali. Per questo motivo Alma, in qualsiasi momento turbolento della sua giovane vita, l’unico pensiero di autentica gratitudine lo rivolgeva alle Forze dell’Ordine italiane, in particolare ai suoi “angeli”, al punto di scegliere per sé il soprannome di Adelina 113”.

La notizia della sua morte ci è arrivata come un pugno nello stomaco.

Esattamente due anni fa, nel novembre del 2019, nel ricercare storie di coraggio femminile per il libro “Ritratti di Donne”, mi ero imbattuta in “Adelina”. Il suo attivismo era evidente: campagne, giornali, convegni, radio, televisioni, una lotta costante contro il racket della prostituzione.

Alma, però, rispetto a quei video presenti sui media, non era più fisicamente la stessa.

La sua storia si era tragicamente appesantita, non solo per la malattia oncologica che l’aveva colpita, ma anche per quella percettibile solitudine che si era impadronita della sua vita, in risposta alla sua più che comprensibile testardaggine, e quella indomabile volontà di prendere spesso le cose in direzione ostinata e contraria.

Il 29 dicembre 2019 scrissi una lettera al Presidente della Repubblica (Petizione Cittadinanza Italiana per Adelina 113, Change.org) e attivai una petizione per la raccolta delle firme, che arriveranno però a poco più di 800, nonostante il tam tam mediatico. Il 2 gennaio 2020, insieme alla Senatrice Maria Laura Mantovani, le abbiamo fatto visita a Pavia, conoscendola di persona e potendo anche toccare quel disagio che la stava distruggendo. (Reggio Emilia combatte al fianco di Adelina 113 – Cronaca – ilrestodelcarlino.it)

L’avventura di Adelina termina nel peggiore dei modi: con un volo da un cavalcavia del centro di Roma.

In quel volo c’è tutto il suo pregresso, dalla denuncia alle autorità dello Stato italiano, passando per una problematica ricostruzione personale (funestata anche dalla malattia oncologica), fino alla difficile ricostruzione degli ultimi giorni di Alma.

Quegli ultimi giorni sono testimoniati dalle dirette Facebook che da anni, quasi abitudinariamente, si “ostinava” a fare, spesso in compagnia solo di sé stessa.

Ed è in merito proprio ai fatti accaduti nelle ultime settimane che dobbiamo chiederci: Qualcosa poteva andare diversamente?

Già a metà ottobre Alma dichiarava di aver subito un abuso di potere dall’Ufficio Immigrazione di Pavia, in quanto l’ultimo rinnovo del permesso di soggiorno andava a modificare due dati determinanti, con conseguenze presumibilmente devastanti per la sua già difficile vita: a) riportava la cittadinanza albanese dallo stato precedente di Apolide; b) la situazione attiva al Lavoro non considerando invece l’invalidità al 100% riconosciutale dall’Inps.

Questo il primo motivo scatenante che ha portato Alma a partire per Roma per portare la sua protesta, e pretendere spiegazioni.

Ma Alma a Roma è stata molti giorni; molti giorni davanti al Viminale, senza ottenere ascolto. Succedono inoltre fatti ulteriori che ci obbligano di nuovo a quella domanda: Qualcosa poteva andare diversamente?

Emergono due ricoveri in ospedale: il 3 al San Giovanni, il 4 al Santo Spirito, con codici arancio e rosso. Cosa è accaduto in quelle circostanze? Alma, dal 28 ottobre, davanti al Viminale minacciava di darsi fuoco, e pare l’abbia fatto. Come è stato valutato il suo stato psicofisico? Perché è stata rilasciata?

Sì, perché venerdì 5 novembre, Alma era di nuovo imperterrita, col volto scavato e sconvolto, davanti al Viminale.

E proprio quel 5 novembre, 40 chili scarsi di una donna malata, stanca, provata, con la sola arma di una bandiera italiana avvolta sulle spalle, è risultata “pericolosa”. Non “bisognosa”, ma “pericolosa”. Al punto da essere fermata per la protesta, sottoposta a indagine per resistenza a pubblico ufficiale, e “sistemata” con un foglio di via della durata di un anno.

“Io, prima sto male per i dolori del cancro, seconda cosa sto male per quanto accade e terza cosa, sto impazzendo perché come è possibile, questo dalla polizia di stato non me lo sarei mai aspettato, dopo tutto quello ho fatto, trattarmi come una vera criminale… no, no, io non ci sto! La cosa peggiore… hanno detto che entro domani se ti troviamo a Roma noi ti arrestiamo. Vieni ad arrestarmi stanotte dentro a una bara!”

Così urlava Alma venerdì intorno alle 18,00, ancora davanti al Viminale.

Forse, quel foglio ha rappresentato per lei un evento insopportabile.

Il “foglio di via” sembra essere una soluzione sbrigativa che si attaglia a una molteplicità di situazioni, ma mostra tutta la sua inadeguatezza per quelle più delicate: non impedisce che degenerino, ed anzi può fornire una motivazione ulteriore affinché questo avvenga. Con esiti imprevedibili.

Nell’ultimo collegamento di Alma, alle 19,26 di venerdì 5 novembre, lo sguardo, a rivederlo ora, è intriso di amarezza mista a sfida. È uno sguardo che sfila l’ultima carta dal mazzo, quella che nessuno infine si aspetta, quella che forse rispetto al suo modo di intendere la vita e il suo senso, è la più alta forma di coraggio.

Ma neanche quelle minacce di buttarsi dal primo ponte che avrebbe trovato sono state prese in considerazione, in modo da fermare la sua corsa.

Se fossero passate poche ore da quell’ultima diretta si potrebbe intuire la difficoltà di trovare quella piccola donna in una Roma caotica, trafficata, enorme. Così per i primi giorni sono rimasta confusa nel vedere il 6 novembre come data del suo lancio nel vuoto, perché avevo supposto l’accaduto nei successivi minuti di quel drammatico venerdì. E allora quelle 24 ore sono troppe, troppe per non essere riusciti nuovamente a trovare Adelina 113, troppe per non tentare di fermare quel suo ultimo gesto.

Mi viene in mente il titolo di un libro degli Anni Settanta, “Le parole per dirlo”, di Marie Cardinal. Alma – Adelina si è ingegnate a trovarle, attingendo dalla cultura e dalle modalità tipiche dei Social.

Quelle che avrebbero però potuto veramente aiutarla sarebbero state ricercate, fino a un po’ di anni fa, nella relazione fra donne, o all’interno di un progetto politico.

Ma è una soluzione “faticosa” per tutti.

Una soluzione “d’ordine” è più semplice, e sembra semplificare la vita allo Stato e a tutti/e noi cittadini/e. Ma a quanto pare, spesso non è una “soluzione che risolve”.

Alma, si sarebbe accontentata di poco. Forse non era neppure così importante per lei la Cittadinanza italiana, quanto piuttosto un riconoscimento: una stretta di mano, un ascolto, un momento di attenzione. E non solo dallo Stato.

Quale gioia è immaginabile nei suoi occhi se avesse avuto in vita anche solo un decimo di tutta la mobilitazione di questi giorni. Perché sembra oggi che siano in molte a volersi intestare una solidarietà, che è invece solamente postuma.

La sua storia finisce così, tragicamente, in quel modo “definitivo” che non lascia spazio a nessuno e quel volo “d’angela” sembra ammonire proprio questo. Se lo si vuole ascoltare.

Due anni fa, noi le parole di Adelina le mettemmo in canzone. A lei era molto piaciuta, e la cantava spesso al telefono, soprattutto quel ritornello che diceva tanto sulla sua solitudine.

Marzia Schienetti

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