Ven. Ago 12th, 2022

Un viaggio nell’autoreclusione, per far luce sui meccanismi che la generano e indicare le possibili soluzioni. È quanto propone “Dall’autoreclusione a ritorno alla vita”, un libro nato per raccogliere i contributi della sezione narrativa del concorso letterario “Adotta l’Orso” marchio di fabbrica del –Progetto Leggere Libera-Mente– che è diventato via via, una sorta di manuale per esperti e non.

Lo scheletro del libro, curato da Barbara Rossi ed edito da La vita Felice, è formato da contributi di professionisti in varie materie che introducono il testo e le aree tematiche delle cinque parti in cui è esso diviso: Normalità, patologia o trauma? – I traumi oggettivi – I traumi subdoli – La necessità di una cittadinanza attiva – Un universo complesso in cerca di paradigma.

Questi contributi, insieme alla prefazione di Isabel Fernandez, e, la parte finale di approfondimenti teorici, analizzano e contestualizzano il “materiale grezzo” degli scritti valorizzandone il significato. Come nel processo terapeutico, i vissuti, le esperienze e le emozioni vengono così tradotti ed elaborati dalla mente .

Il tema dell’autoreclusione è più attuale che mai, dal momento che, anno dopo anno, il numero degli Hikikomori continua a crescere, come ricorda Barbara Rossi nell’intervista con cui introduce il libro. Inevitabilmente, il pensiero va anche alle restrizioni vissute a causa della pandemia da Covid19 e alle conseguenze sul piano psichico e relazionale a cui stiamo facendo fronte come professionisti della salute mentale.

Reclusione forzata, hikikomori, ma  anche quell’infinità di “comportamenti problema”  che sono emersi in seguito alla pandemia del nuovo coronavirus. Infatti, isolamento e chiusura possono rappresentare   un  tentativo estremo di protezione, come meccanismo di difesa. Ancora, come “narcisismo minimalista… che chiude la persona nella propria autoreferenzialità, privandola di conseguenza della capacità di costruire relazioni fondate sull’autentico riconoscimento dell’altro e di pensare ed agire in ottica progettuale”, scrive Paola Maffeis nei contributi teorici. Anche Isabel Fernandez sottolinea come “Per molte persone, a discapito della propria salute psichica e sociale, la prigionia diviene l’unico mezzo di espressione, un’autodifesa per non pensare ad esperienze traumatiche irrisolte, conflitti, disagi familiari, psicologici, scolastici e affettivi.”

“C’è anche un’autoreclusione senza camera o una reclusione senza prigione, che è come andare in giro e incontrare l’altro come dentro a una campana di vetro”, leggiamo nel capitolo di Giacomo Carbonetti, -vittime della solitudine, dell’esclusione, dell’autoreclusione, o imprigionati in un’identità “malata” che si trasmette di generazione in generazione come il DNA-.

Il trauma emerge negli scritti come filo conduttore, a volte in modo esplicito, altre volte meno. Quel trauma che non riesce a trovare il modo di manifestarsi  può essere rappresentato e condiviso attraverso la narrazione. Come terapeuti EMDR conosciamo bene i meccanismi che portano la mente a isolare eventi dall’impatto emotivo troppo grande per essere sostenuto. “La sua bolla era diventata la sua prigione”; “… non voglio tornare in quell’angolino buio della mia mente” sono le parole semplici ma efficaci tra le tante degli scritti del concorso che descrivono gli esiti di un trauma.

Spesso nelle persone abitano parti non accessibili che generano sofferenza. Il prezioso lavoro di dare voce, parole e senso a queste parti appartiene alla psicoterapia soprattutto nei casi più gravi. Ma non solo: “Attraverso poesia, scrittura, musica, pittura, danza, teatro, cinema, gioco, attraverso tutte le forme espressive e ricreative possiamo esercitare l’espressione di sé, della nostra libertà, forme creative che non sottostanno né alle leggi del potere né a quelle della vergogna”, scrive Anna Maria Gibin.

Così viene descritto lo stallo dell’auto-reclusione: “declinava la sua vita solo al passato, senza presente e senza futuro”. Solo la possibilità di accedere al movimento e quindi al cambiamento dà modo di recuperare la progettualità e lo sguardo al futuro. Possiamo usare espressioni diverse come risolvere i traumi, uscire dalla bolla, riconnettersi, tornare a sperare, ma il processo passa sempre attraverso il riappropriarsi di un’immagine di sé come persona adeguata, amabile e capace di stare in relazione. In questo processo non si può essere lasciati soli, come emerge in più parti del testo, è necessaria una rete fatta da vari attori che tutelino e forniscano il giusto supporto.

La psicoterapia ha un ruolo fondamentale e più volte negli scritti viene citata la terapia EMDR come via di uscita; ma ognuno deve assumersi la propria responsabilità perché tutti contribuiscono, in modo più o meno consapevole, a creare le condizioni predisponenti al malessere. È importante quindi, sensibilizzare e sostenere famiglie, istituzioni e reti sociali nella comprensione del disagio e nella funzione di tutela, protezione e supporto dei loro membri. Che è poi la strada maestra – come recita il titolo di questo originalissimo libro scritto a più mai – per passare “Dall’auto-reclusione al ritorno alla vita”.

Simona Di Carlo

Il Libro

Barbara Rossi (a cura di)

Dall’autoreclusione al ritorno alla vita.

“Adotta l’orso” – 2014-2020, Sezione Narrativa.

Primi premi, menzioni speciali e approfondimenti teorici.

La Vita felice, novembre 2021

pagg. 284, euro 20

Prefazione di Isabel Fernandez, Postfazione di Felicia Vitiello.

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