Lun. Ago 2nd, 2021

Sia le culture di maggioranza che quelle di minoranza, quando producono narrative sociali si sorreggono su una divisione di “schemi di poteri” dal pensiero dominante tramite “apparati di catture” i quali assoggettano l’individuo a una nuova forma di realtà non naturale, costruita attraverso “il concetto”. Un rigido schema di potere che “ingabbia”. Attraverso la formazione di concetti gli “schemi di potere” prendono possesso della realtà mediante forme di “significanza dominante”. Quindi elaborare “parole d’ordine” elaborare “schemi mobilitanti” significa creare vedute sul reale “viste attraverso una “prigione” costituita dal concetto stesso. Pensiamo a tutto ciò come la rappresentazione teatrale preconfezionata dall’autore che la esegue in un luogo accogliente per lo spettatore.

 Carmelo Bene è stato colui che ha messo in scena il pensiero del precursore di questa osservazione, Gilles Deleuze (1) che ha esposto ciò soprattutto nelle opere “Capitalismo e schizofrenia”, “Lo scrivano Bartleby”. Negli scritti di Deleuze era fondamentale l’esigenza di creare una lingua minore che si opponeva alla lingua maggiore, come principio teso a destrutturare dall’interno, la lingua maggiore. Il lavoro di Carmelo Bene è stato quindi trasformare materialmente alcuni testi teatrali (es. Riccardo III). Nel lavoro di destrutturazione, Bene eliminava quegli elementi rappresentativi del potere. Inoltre la trasformazione veniva posta anche sul piano vocale attraverso la rimodulazione della voce. Lo scopo era determinare una variazione sul ritmo del significante in modo tale da destituire il significato della sua dominanza. L’operazione provocava una discontinuità tale procurare delle crepe di significato. Una macchina attoriale dove il significante si sovrappone al significato con una lingua minore atta, a destituire i luoghi comuni del potere, per non si offrirsi come apparato di cattura.

Alessandro Nenna

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