Sab. Ott 16th, 2021

Continuiamo il dialogo impostato nel Numero Zero sul tema dell’ “ideologia” e della “comunicazione politica”.

Sulle orme di Marx, avevamo interpretato la prima delle due non come semplice “insieme” o “sistema” di idee, ma come “falsa coscienza”, che è resa tale (“falsa”) per il fatto che le nostre stesse interpretazioni sono parziali, in quanto irrimediabilmente orientate dall’ “essere sociale”: un “borghese”, insomma, pur osservando gli stessi eventi di un “proletario”, li interpreta diversamente, perché “deviato” dalla sua condizione.

 

Il fenomeno vale anche a parti invertite, anche se, secondo Marx, il proletariato ha comunque una visione più obiettiva, in quanto più vicina ai meccanismi della produzione (fabbrica) e della riproduzione della società (economia, tecnologia, organizzazione, Stato).

Ed un “politico” (o chiunque si occupi di “comunicazione politica”)? Qui entriamo nel regno della manipolazione quotidiana, ma attenzione!, il problema (ed anche il fascino) dell’ “ideologia” è che chi la promuove ne è egli stesso vittima, ed anzi risulterà più credibile ad elettori e militanti se, invece di impegnarsi in impervi tentativi di costruzione del falso, crederà egli stesso nel falso, o nel parzialmente falso.

(“Il tutto è falso, il falso è tutto”, chiosava Giorgio Gaber: https://www.youtube.com/watch?v=p40cQoKbRL4 .)

Nel Numero Zero proponevamo inoltre la seguente “matrice” della “comunicazione politica”:

  1. a) da dirigenti “scaltri” ad elettori e militanti “scaltri”; b) da dirigenti “scaltri” ad elettori e militanti “ingenui”; c) da dirigenti “ingenui” ad elettori e militanti “scaltri”; d) da dirigenti “ingenui” ad elettori e militanti “ingenui” …

… ma nel Numero Uno, dedicato all’analisi di a), concludevamo con un “sospetto” nei confronti degli elettori e militanti “scaltri”, che “si contentano” di nutrirsi di ideologia, anche perché convinti di far parte del grande consesso della politica, ma non si accorgono che sono solo slogan e belle parole, quando dovrebbero invece aspirare, come tutti, alla risoluzione di problemi, che magari si ritrovano davanti l’uscio di casa.

Insomma, gli elettori e militanti “scaltri” divulgano le idologie e le comunicazioni dei dirigenti, sentendosi addirittura realizzati per ciò, ma d’altra parte finiscono per ignorare i problemi che avvelenano il quotidiano, e transigono dall’ESIGERE, come invece tutti dovremmo, una soluzione.

E sono disposti a “negare l’evidenza” (tema che si incrocia con quello trattato, in questo numero, nella rubrica “La rivoluzione della specie”), pur di spalleggiare i loro dirigenti.

Concludevo, nel Numero Uno, chiedendomi se questi elettori e militanti siano poi così “scaltri” come credono.

Così terminava l’analisi del tipo a) – vedi sopra, la “matrice” della “comunicazione politica” –

Spostandoci su b) e d), c’è innanzitutto da rilevare che la distinzione fra i due tipi è puramente teorica: se è vero che “l’ideologo” è egli stesso vittima delle “false” o “parziali” credenze che divulga (divulga ciò che riesce a vedere, e HA BISOGNO di credere che le cose corrispondano a come le vede ed interpreta), non avremo dirigenti “scaltri” o “ingenui”, ma più plausibilmente avremo “scaltri” e (contemporaneamente) “ingenui”, secondo varie possibili graduazioni. I due “tipi”, insomma, convergono verso un tipo intermedio.

La differenza, rispetto al caso a), è che il dirigente “scaltro e ingenuo” non si rivolge più all’elettore e militante che si reputa “scaltro”, “titillandolo” nel comune sentimento di appartenenza al grande consesso della politica. Nel momento in cui si rivolge a elettori e militanti “ingenui”, dovrà dar luogo a tutto il conosciutissimo e noioso armamentario mediatico (televisione e social) della manipolazione, della polemica e dello screditamento degli avversari.

Ogni volta che ci chiediamo “con che faccia” un esponente politico dica le cose che dice, è perché riconosciamo uno stupidotto che si crede furbo (ovvero: un individuo in parte scaltro e in parte ingenuo, ma comunque sufficientemente ingenuo da essere scoperto, pur ritenendo di non esserlo), nel momento in cui si sbraccia per far credere l’incredibile.

Se siamo VERAMENTE bravi nel riconoscere quel “servo astuto e sciocco”, siamo slittiamo verso una dinamica del tipo c): la “comunicazione politica” che va da dirigenti “ingenui” ad elettori e militanti “scaltri”.

Tuttavia, anche questi ultimi sono presumibilmente invasi dall’ideologia!, perché se fossero veramente “scaltri”, non sarebbero “militanti”, e forse neanche “elettori”.

Peraltro, non sarei neanche sicuro che coloro che “si salvano” dall’ideologia, per disillusione o per pensiero compiuto, rifiutando scheda elettorale e militanza, siano essi stessi sufficientemente liberi dall’ideologia, e dagli effetti manipolatori e distorsivi della comunicazione politica.

Il fatto è che l’ “ideologia” permea tutto il tessuto sociale, ed è il fenomeno più rilevante della “società virtuale”.

 Aveva torto, pertanto, Marx a confinarla in un territorio “sovrastrutturale”, ma aveva ragione a perorare una “critica dell’ideologia”, che sappia contrastarla.

Una “critica dell’ideologia” è il passaggio intermedio che ci toccherebbe, per arrivare a un pensiero libero, o comunque più libero, non condizionato da schemi, appartenenze, vantaggi, e neanche dal DISPERATO BISOGNO DI CREDERE IN QUALCOSA.

Viene da chiedersi:

E’ facile?, difficile?, possibile?, impossibile?, … .

Da Wikipedia:

I vestiti nuovi dell’imperatore (o Gli abiti nuovi dell’imperatore) è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen (…). La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento.

Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto.

L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito.

Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori. Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.

L’incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida con innocenza “Ma il re non ha niente addosso!” (o, secondo una variante, “Il re è nudo!”). Ciononostante, il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

* * *

“I vestiti nuovi dell’Imperatore” è la mia fiaba preferita, fin da quando ero bambino …

… insieme a “Pollicino”: la pazienza di inseguire le briciole per arrivare a una soluzione. Ma questa è già un’altra storia.

 

Gianfranco Domizi