Quelli che non si vantano

Ieri ci sono stati i funerali di mio padre.

Tenterò di trovare per lui le parole che non riuscii a trovare per mia madre (2007). E sono quindi parole per entrambi.

Desidero lenire con la scrittura un tormento privato.

Ma penso che in quello che scrivo, ognuno potrà ritrovare se stesso (se ultra80enne), o un genitore, un nonno, uno zio, un cugino, un amico (scrivo tutto al maschile per pura comodità).

Voglio parlarvi infatti della generazione nata fra il 1920 e il 1940, quelli cioè che secondo me hanno fatto l’Italia, dalla ricostruzione al boom economico, ovvero dal 1947 (Piano Marshall) al 1967 circa (il ’68, notoriamente non si limita alla crescita industriale), e che oggi ci vengono tolti dalla vecchiaia, dalle malattie, o dal virus.

(Mio padre, per la cronaca, non se ne è andato per il COVID-19: nella piccola Casa per Anziani in cui soggiornava, il virus non è entrato, e lui è stato trattato fino all’ultimo come un amico … grazie … ma è anche vero che non vedermi per due mesi deve aver inciso sulla sua motivazione ad andare avanti; fra qualche giorno ci saremmo probabilmente rivisti, ma è stata una buona notizia che apprendeva continuamente, per poi dimenticarsene subito dopo.)

“Far carriera” (nell’arte, nella cultura, nella politica, nei media o nell’università) presuppone necessariamente un qualche genere di “vanteria”.

Ci si può vantare da soli (entro certi limiti), o mediante i sodali (ricambiando il favore). Ti possono vantare i media, se fai notizia.

Ottimi intellettuali che non si sono mai vantati, e non sono stati vantati, una gran “carriera” non l’hanno mai fatta, nonostante i meriti.

La vanteria reciproca ha attraversato abbondantemente la Resistenza e il periodo post-resistenziale. Spesso (intendiamoci) per meriti effettivi, qualche volta per astuta millanteria. Il discorso è complesso, e non intacca l’essenza di un periodo effettivamente glorioso.

Condivido però la narrazione di Massimo Fini:

Mussolini, come da regola, è scappato. Dopo tante belle parole («se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi») Mussolini si farà pescare in fuga travestito da soldato tedesco. Sarà il partigiano “Pedro”, al secolo il conte fiorentino Pier Luigi Bellini delle Stelle (di cui, non a caso, in questi giorni – celebrazioni del 25 Aprile: NdR – nessuno parla) a fermare con un’ azione audacissima (disponeva di appena sette uomini) la colonna di trecento tedeschi in cui si erano nascosti il capo del fascismo e il suo seguito. Pedro catturò Mussolini e i gerarchi e li trattò con la pietà che sempre si deve, o si dovrebbe, ai vinti. Se la storia della Resistenza si fosse fermata lì avrebbe chiuso in bellezza.

Ma, naturalmente, poiché siamo italiani non poteva andare a finire così. Da Milano arrivarono, con divise nuove di zecca, i partigiani del colonnello Valerio, alias il ragioniere comunista Valter Audisio, che, sulla base di un mai chiarito ordine del Cln, strapparono ai laceri partigiani di Pedro Mussolini, la Petacci, i gerarchi e li fucilarono.

http://www.massimofini.it/index.php?option=com_content&view=article&id=403:perche-stupirsi-se-i-comunisti-rialzano-la-testa&catid=35:1992&Itemid=64 .

Insomma: l’eroico capo partigiano che catturò Mussolini rientrò normalmente a lavorare, mentre l’ “esecutore di partito” che si limitò a giustiziarlo fu invece premiato con la permanenza ventennale in Parlamento.

E quindi, al netto di ogni possibile interpretazione dell’evento finale (Piazzale Loreto), il raffronto fra i due destini individuali parla chiaro:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Luigi_Bellini_delle_Stelle ;

https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Audisio .

“Vantatissimi” anche il 68, e addirittura gli Anni Settanta, periodo fra i più oscuri della Repubblica (io c’ero). Conseguentemente, “vantatissimi” il Femminismo, le battaglie per il Divorzio e per l’Aborto, etcetera.

Anche qui, al netto dei possibili giudizi sulle persone e sugli eventi, dobbiamo registrare due cose:

  1. a) l’irresistibile “far carriera” (nell’arte, nella cultura, nella politica, nei media o nell’università) da parte di questa seconda generazione (i nati dal 1940 al 1960, per intenderci);
  2. b) la loro residua e continua invadenza in qualsiasi contesto, compreso facebook, entro cui sia possibile discettare di qualsiasi argomento, rimandendo sempre dalla parte della ragione.

E mentre io personalmente (sono nato nel ’59, e quindi questa generazione la conosco bene) farei volentierissimo il “nonno paletta” all’uscita delle scuole (per vedere giovani mamme … ehm … ed ascoltare il gioioso vociare dei bambini), essi rimangono comunque sulla breccia:

http://www.lintelligente.it/2018/11/15/la-generazione-orribile-parte-prima/ ;

http://www.lintelligente.it/2018/12/01/la-generazione-orribile-seconda-parte/ .

(Comunque, la voglia di fare il “nonno paletta” mi è passata: ho saputo dai giornali che bisogna essere raccomandati – non dicono esattamente così, of course – e frequentare corsi di formazione – sic!, gestiti da ancor meglio raccomandati -.)

La clava di quest’invadenza (mi riferisco sempre ai nati fra il 1940 e il 1960) è l’ “avere studiato” (ciò è successo assai meno per quanto riguarda la generazione precedente, i nati fra il 1920 e il 1940).

E quindi, ad eccezione di coloro che hanno fatto la Resistenza, e di un ristretto manipolo di intellettuali variamente sparsi (a metà degli anni ’50 l’ascesa della TV va di pari passo con l’industrializzazione), i miei genitori e i loro coetanei si limitarono a cercare di vivere meglio …

… e a fare quello che doveva essere fatto: lavorare, farsi una famiglia, educare i figli, comprarsi la Lambretta e la 600, il frigo e la lavatrice, comprarsi una casa.

Dare alla prole quell’istruzione che a loro era mancata.

Ma nel ’68 diventano “Matusa”: http://www.treccani.it/vocabolario/matusa/ ; col 2020, altro “passo avanti”: dobbiamo abbandonarli al Covid-19, raccontandoci però che sono morti per patologie preesistenti.

Mio padre Leonino (n. 1925: Roccagorga, LT) e mia madre Carmela (n. 1922: Montesilvano, PE), lasciarono i rispettivi paesi e si riversarono nella Capitale, spinti dalla fame e dalla mancanza di prospettive.

Furono vittime della Guerra e furono sfiorati dalla Resistenza, cui non parteciparono, né finsero mai d’aver partecipato.

Come fossero scanditi gli anni del dopoguerra fino al 1955 (matrimonio) non mi è chiaro: so solo che riuscirono a far fruttare nel modo migliore una quinta elementare, diventata terza media grazie al Conservatorio (mio padre) e una seconda elementare, giusta per leggere e scrivere l’essenziale, ma utile far di conto benissimo (mia madre)!

Dal 1955 in poi, le tappe sono quelle che ho descritto sopra, e che li hanno accomunati a un’intera generazione, e più specificamente a un sotto-insieme di “paesani inurbati”.

Di loro, posso ricordare che hanno praticato, in qualunque contesto possibile, l’amicizia, la solidarietà, il sostegno ai compaesani, e infine, oltre ai tanti ricordi privati, anche drammatici (oggi, una separazione coniugale può significare che i nonni non vedano più i nipoti, o quasi), che fecero di tutto per farmi (molto) studiare, mai vantando se stessi, né i miei progressi.

Oggi, traversati quegli studi, e avendo traversato molti eventi e molte teorie politiche e culturali, mi è chiarissima una cosa: che anche lo studio dovrebbe servire alla realizzazione esistenziale e morale, e alla comunità di appartenenza, non all’edificazione di privilegi e carriere.

Oggi, mentre parliamo sui Social di cose apparentemente “alte” (e invece tutto sommato un po’ miserabili, perché travestono, anche male, il trito giochino dell “io ho ragione, tu hai torto”), il mondo continuano a farlo i veri eredi della generazione dei miei: quelli che raccolgono i pomodori, puliscono gli uffici e le stazioni, vengono a casa a sturarci i cessi, tengono funzionante la catena alimentare e la produzione-distribuzione di oggetti, e ci servono il cappuccino al bar (“a proposito, Ciccio, quando riapri?”). Ma anche questa rischia di essere una posizione teorica.

Loro … hanno fatto!

 

 

Gianfranco Domizi

 

P.S.:

Non ho foto scannerizzate della mia infanzia e della loro gioventù, e neanche le utilizzerei. Quella che accompagna l’articolo, tratta da Internet, è comunque la foto di una generazione.

Noi in Lambretta ci andavamo da Roma a Ostia: 20 chilometri sicurissimi allora (nonostante la posizione della donna con gonna!), e pericolosi oggi (nonostante l’esistenza di automobili iperaccessoriate).

Ed anche noi ci andavamo come nella foto, con la differenza che io ero un po’ più grande, e stavo pertanto fra mio padre e il manubrio (olè!).

Con la FIAT 750 arrivammo qualche anno dopo al lago di Anguillara.

La 750 era una 600 con motore teoricamente più potente: uno dei rarissimi attacchi di “coatteria” di mio padre. Dico “teoricamente”, perché ogni 50 chilometri bisognava fermarsi, e rabboccare il radiatore d’acqua fredda.

I viaggi da Roma ai loro paesi natali sembravano lunghissimi. Quello verso l’Abruzzo sembrava eterno.

Che dire? Se la sono vissuta. Ce la siamo vissuta.

 

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