Guerra d’Africa la “forte” testimonianza di Alcide Mazzoli.

Partito da Reggio Emilia il 5 gennaio del 1940 in una giornata nuvolosa. Arrivo a Lecce – Napoli –imbarco per la Libia. Mare mosso nave in difficoltà. Sbarco a Bengasi – Barci. (2 mesi) La nostra partenza per il fronte dalla caserma di Barci (Libia) avvenne il 20 giugno del 1940 seguendo per la città di Derna in seguito per il porto di Tobruc – porto con una nave arenata. Il nostro reggimento è stato trasferito all’aeroporto. Un giorno osservando il cielo vedo un apparecchio sento prima una cannonata, la seconda vedo l’apparecchio precipitare poi per radio sento la notizia dell’incidente nel quale è precipitato Italo Balbo.(comandante della Libia) Il giorno 10 abbiamo proseguito per il fronte. La prima linea per me era l’inferno tra la marina, aviazione e deserto , cannonate a volontà. Tremava la montagna, siluri caldo e paura tanta. E ancora non si era arrivati al fronte. Avevo solo 19 anni e 8 mesi, ancora senza barba, un mio compagno è morto con una cannonata, abbiamo ritrovato solo le scarpe, si chiamava Ruozi Bruno. Eravamo dentro lo scavo della condotta dell’acqua che finiva al Porto di Bardia. E’ arrivato l’ordine di avanzare da lì ed è iniziato ancora l’inferno. Eravamo così giovani che nonostante le bombe continuavamo a sperare in un nostro ritorno. Avanzammo per vari giorni poi arrivammo a Massa-Matruc dove mettemmo sul pozzo (acquedotto) la bandiera italiana. Sono arrivate le camicie nere, hanno tolto la bandiera italiana e hanno messo il gagliardetto del fascio e poi sono successi dei guai… Gli alpini arrabbiati hanno cominciato a sparare… Il nostro reparto è poi stato trasferito di circa trenta Km. Era un immenso deserto, avanzammo difendendo la prima linea per tre mesi. Una notte è suonato l’allarme e … si salvi chi può… ritirata. Siamo partiti senza acqua da bere, senza cibo, per quindici giorni in marcia nel deserto fino all’arrivo a Bardia. Che brutti momenti, nonostante la giovane età era sparita la speranza di salvezza, molti sono morti, altri chiedevano aiuto ma ognuno doveva pensare alla propria sopravvivenza. A Bardia eravamo circa in 140.000, tutti italiani, tutti prigionieri degli inglesi. Ho trovato un amico, un certo Biffori, romagnolo di Predappio, che mi raccontò che la sua nave era stata bombardata e lui era stato salvato da sicuro annegamento da alcuni marinai che gli avevano lanciato delle funi. Fummo imbarcati e partimmo per le Indie che noi immaginavamo misteriose e magiche. Sulla nave potemmo finalmente mangiare e bere e io ho bevuto tanta di quell’acqua che ormai morivo. Facemmo sosta al porto di Adem, (Arabia saudita) poi ripartimmo dopo un giorno di sosta e arrivammo al porto di Caraci in Pakistan. Da lì proseguimmo, attraversando l’India col treno, otto giorni e nove notti per arrivare a Ramgar.(3/9/41) Ricordo una fra le tante fermate in una stazione dove una ragazzina mi ha regalato una moneta da un quarto di rupia che ancora tengo per ricordo. A Ramgar si era sotto l’equatore (montagna) a 53° molti sodati morirono, sotto un sole che coceva letteralmente il cervello. Io mi mettevo sulla testa le foglie di banano per ripararmi. Ricordo dei temporali che facevano paura, uno di questi ha portato via il tetto del capannone degli ufficiali e tutti eravamo spaventati. Era una zona piena di boscaglia e c’era un lago, il capo dominante era un Marajà che aveva 24 ville e altrettante mogli, era padrone di tutta la zona, lago compreso. Lì è cominciata la nostra lunga prigionia.

La zona era infestata da uccelli rapaci enormi, i grifoni, una volta uno di questi mi arpionò il braccio con gli artigli e dovettero tagliare la zampa perché non mollava più la presa. Erano furbissimi, quando si mangiava arrivavano in silenzio da dietro le spalle e portavano via il cibo. Ci si divertiva a prenderli e a dipingerli coi colori della bandiera italiana, fino a quando gli inglesi vedendo volare tante bandiere non ci punirono lasciandoci senza cibo per cinque giorni. Vedere quegli uccellacci svolazzare per il cielo dipinti sotto la pancia coi colori della nostra bandiera li faceva ammattire. Alcuni di noi hanno provato a scappare durante il giorno quando si stava nel campo recintato. Si erano fatti seppellire nella sabbia e durante la notte sono fuggiti. Gli inglesi, facendo la conta, scoprirono che mancavano in quattro e allora ci hanno contato e ricontato per ore dentro e fuori dal campo.

Il destino dei fuggitivi non fu bello: uno fu mangiato dalla popolazione locale che viveva nella boscaglia e lo aveva arrostito sulle brace, altri due furono ripresi dai gendarmi indiani, il quarto è stato salvato dai gendarmi mentre stava per essere impalato a fare la fine del primo.

Ricordo un prigioniero di San Polo, aveva una radio ricevente piccola inserita in un anello costruita da un prigioniero e riceveva tutte le notizie di guerra e le raccontava nei campi ai prigionieri. Gli inglesi lo cercavano senza sapere che faccia avesse, eravamo in tanti, poi finalmente lo beccarono e di lui non si seppe più nulla. Un altro prigioniero aveva addestrato un passero, all’ora di pranzo arrivava e gli saltava sulle spalle e mangiavano insieme.

Ricordo gente ingegnosa, c’era uno che costruì una macchina a vapore, costruì lo stantuffo con una

siringa di vetro, gli inglesi la portarono subito via strabiliati e la misero in un loro museo.

Chiedemmo agli inglesi di poter costruire un forno per fare il pane, andò a finire che il nostro pane lo mangiavano loro e a noí davano le gallette.

Io, che ho sempre fatto il carpentiere, costruii uno scolapasta per scolare la pastasciutta.

Ricordo la lunga storia di Ghandi, martoriato dalla Gran Bretagna: lui si ribellava agli inglesi e loro lo imprigionavano e lo mettevano a pane ed acqua. Il popolo lo adorava come un Dio, l’India era una terra ricca e fertile che la popolazione locale non poteva sfruttare in quanto era dominata dagli inglesi che spadroneggiavano dappertutto.

 

A cura di Franca Giaroni

 

 

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