In molti hanno colto un parallelo tra le reazioni suscitate dalla sentenza nei confronti di Mario Roggero e quelle seguite alla morte di Fakir, a Bologna. E, in effetti, qualcosa di vero c’è: in entrambi i casi si è assistito a una polarizzazione quasi istantanea, alla formazione di due schieramenti incapaci non soltanto di convincersi reciprocamente, ma perfino di riconoscersi come interlocutori legittimi.
Eppure fermarsi qui significa, probabilmente, fermarsi troppo presto.
Perché limitarsi a denunciare gli “opposti estremismi” produce una rassicurazione intellettuale tanto elegante quanto sterile. È una formula che ordina il caos, ma senza spiegarlo. E allora forse occorre compiere almeno due passi ulteriori.
Il primo consiste nel provare a comprendere davvero le ragioni e, prima ancora, gli stati d’animo, degli uni e degli altri. Lasciarsi attraversare, senza rinunciare per questo allo spirito critico, dalle paure, dalle rabbie, dalle frustrazioni, dai sentimenti di ingiustizia che questi due eventi hanno portato in superficie. Perché ogni volta che una vicenda divide così profondamente un’opinione pubblica, essa finisce quasi sempre per parlare di qualcosa che la trascende. (Che cosa stanno realmente discutendo le persone? Solo di Roggero? Solo di Fakir? O di qualcosa che, attraverso loro, riguarda tutti noi?)
La condanna morale, quando è perfettamente pulita, igienica, sterilizzata, produce spesso un effetto rassicurante: delimita il bene e il male, assegna le parti, restituisce ordine. Ma proprio per questo rischia di diventare analiticamente infeconda. Perché il reale, quasi mai, si lascia ridurre a una sentenza morale. Ed è qui che dovrebbe intervenire il secondo passo: chiedersi se, al di là della distanza enorme che separa le due vicende, non esista un filo più profondo che le collega.
A me pare che quel filo abbia un nome preciso: il rapporto tra i cittadini e lo Stato.
Chi ha il diritto di sentirsi al sicuro? Chi ha il dovere di garantire quella sicurezza? E cosa accade quando una parte crescente della popolazione percepisce che quel patto si è incrinato? (È soltanto una percezione? È una costruzione politica? O esiste un problema reale che continuiamo a nominare con parole sbagliate?)
E ancora: qualcosa, negli ultimi anni, si è rotto nell’equilibrio tra libertà e sicurezza, tra prevenzione e repressione, tra integrazione e controllo? Se sì, quando è accaduto? E perché continuiamo a discutere quasi sempre degli effetti, evitando accuratamente le cause?
Forse una di queste cause riguarda anche un tema che affrontiamo con crescente difficoltà. Esistono comunità nelle quali i processi di integrazione mostrano criticità evidenti; non lo suggeriscono soltanto le percezioni, ma anche alcuni dati relativi a specifiche tipologie di reato, che sarebbe irresponsabile ignorare, così come sarebbe irresponsabile assolutizzarli. È davvero razzismo interrogarsi sul perché alcuni percorsi di integrazione falliscano più di altri? O il vero razzismo consiste nel ritenere quelle domande indicibili?
Eppure, sempre più spesso, la spiegazione sembra arrestarsi davanti a una formula tanto rassicurante quanto ambigua: il disagio psichico. Come se bastasse evocare, spesso soltanto dopo il fatto, una fragilità mentale per archiviare il problema. Ma non è forse un doppio errore? Da un lato perché finisce per alimentare lo stigma verso chi soffre realmente di una malattia psichiatrica, quando sappiamo che la stragrande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è affatto violenta. Dall’altro perché rischia di impedirci di vedere ciò che, invece, appartiene alla sfera culturale, educativa, sociale e politica. Che cosa stiamo davvero spiegando, quando medicalizziamo la violenza? E che cosa, invece, stiamo scegliendo di non vedere?
Del resto, Mark Fisher ci ha insegnato che una sofferenza apparentemente individuale, come la depressione, può essere letta come il sintomo di un’organizzazione collettiva, di un ordine sociale che produce determinate forme di malessere. È davvero così assurdo domandarsi se alcune forme di violenza possano essere interpretate, almeno in parte, come il sintomo di una patologia collettiva? Non di una religione in quanto tale, ma di alcune sue interpretazioni politico-culturali, incapaci di elaborare fino in fondo il rapporto con la modernità, con il pluralismo, con la laicità, con la libertà individuale?
Se la domanda è infondata, la si confuti. Ma se fosse una domanda legittima, eluderla non aiuterebbe nessuno.
Alessandro Porcelluzzi