Lun. Ago 17th, 2026

Una sera di un fine autunno di un fine anno che annunciava la fine del mondo, le strade dell’uomo della neve e della donna della polvere si incontrarono.
Fu casualità, fu destino, fu un colpo di sfiga, o un colpo di fortuna, nessuno potrebbe dirlo,neanche la fata dei mari, né il mago del tempo o l’uomo degli orologi.
Dapprima furono lettere, all’inizio indifese, un pò scontrose da parte della donna della polvere, in quel momento l’allergia alla polvere era la maledizione che le aveva lanciato la strega della casa di conchiglie.
Dopo un pò di tempo, le lettere nere su schermo bianco, quelle armoniose e dolci dell’uomo della neve, si fusero con parole vere della A, nascevano dalla speranza, dalla gola, venivano fuori dalle loro labbra senza che potessero trattenerle, erano come fiori selvatici che nascono anche attraversando il cemento, con speranza.
Altere, fiere e così somiglianti che le parole, di neve e polvere, compirono un miracolo.
Eh, sì, nessuna fata, mago o strega, avrebbero potuto immaginare che i loro incantesimi affinché nessuna lettera si incontrasse, sarebbero stati sconfitti da parole che si erano travestite di semplicità per poter ingannare la barriera del tempo, dello spazio, della diffidenza, sempre accucciata sulla schiena della donna della polvere.
Arrivò l’inverno, cupo e grigio, le parole non erano più nere, divennero dolci e colorate.
La A era azzurra, come la Z era mielosa come un pan di zucchero.
Il telefono, muto e curioso, ascoltava l’uomo e la donna che filavano lettere a maglia, come stessero tessendo un velo di seta per la primavera.
Il telefono non interveniva, non avvertiva il mago e la strega, se ne rimaneva rintanato, lì, ad origliare, interessato, pochi erano coloro che osavano sfidare le regole del mago del mondo virtuale:solo lettere scritte, sussurrate, messe lì a mò di soldatini obbedienti, ma che non dovevano mai, aveva decretato, mai, divenire parole di voci che la sera si incontravano di nascosto, vittoriose per non essere state ancora scoperte, o, ancora peggio, sguardi, abbracci, sorrisi. 
Mai!
Se fosse avvenuto, forse, non ci sarebbe stata pietà alcuna, nessuno ci aveva provato, troppo forte era la paura della punizione se avessero trasgredito l’ordine del malvagio mago.
L’uomo della neve e la donna della polvere non avevano nomi, erano arrivati sulla terra da chissà quale tempo, era o pianeta, così, un giorno decisero di darsi un nome.
Lui divenne Zefiro e lei Azzurra.
La lettera A esultò, la donna era azzurra come lei, anche il giubilo della Zeta fu grande, era esile zefiro di vento, gli mancava anche un braccio.
Anche loro, semplici lettere, non avevano mai potuto incontrarsi, erano troppo lontane, la A inizio di ogni mondo, la Z la fine di ogni sogno.
Pur lontanissime divennero favole per chi non riusciva a dormire e non poteva sognare.
Divennero assieme, la A e la Z, sogni ad occhi aperti, sapevano che senza sogni gli uomini non possono volare.
Azzurra e Zefiro continuavano a parlare, sempre, tanto da mettere a nudo le proprie similitudini, le proprie differenze, le loro solitudini, in attesa della primavera… anche se Azzurra avrebbe desiderato non attendere così tanto, le sembrava così infinito quel tempo.
Avevano deciso, o meglio, Zefiro aveva promesso:” Ci incontreremo il primo giorno di primavera”.
Poi, un martedì, la Zeta si contraddisse, commise un piccolo errore, gli sfuggì una Erre, una sola lettera, sembrava insignificante, ma per Azzurra tutto acquistò significato: non esisteva nessun mago del virtuale che avesse vietato alle lettere di incrociare occhi, toccarsi, abbracciarsi, respirarsi, sorridersi.
La Zeta ritornò ad essere l’uomo della neve, era moneta falsa, era uno Zero senza nome vero, la A ne ebbe la certezza, chissà a quante lettere scriveva parole d’amore simili alle sue, non solo alla Erre, le lettere dell’alfabeto sono 21, così quante le illusioni che la Zeta impartiva come lezioni di filosofia a Gioia, la protagonista della storia che ogni sera leggeva ad Azzurra il professore Bove.
Il telefono fu messo a tacere, la A era stufa di menzogne e dell’ennesimo inganno, preferì tornare ad essere la prima lettera dell’alfabeto, smarrì  il suo azzurro, l’ultima illusione l’aveva uccisa, si rinchiuse in un’alta torre di cristallo, dove il tempo non batteva l’ora e non esisteva più virtuale.
Questa è la storia di una A, sincera e vera, che aveva compreso, ancora una volta, che nel mondo del virtuale tutto è possibile, persino illudersi che sia tutto vero, ma il mago aveva ragione, i due mondi non si potranno mai incontrare, uno falso e uno vero, saranno sempre agli antipodi, come la A e la Zeta.
Azzurra non attende più la primavera.Sa che il mondo virtuale non fa per lei.
Zefiro, anzi Zero, gioca ancora a dama con tutte le lettere dell’alfabeto, in una casa senza porte, nè finestre, cullandosi nelle sue fantasie, senza nessuno accanto a sé, tranne un cane con un fiocco azzurro.
Falsa moneta, rubando persino la storia di una povera A, disillusa e di una Zeta, falsa e bugiarda.


 Floriana Perrone 

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