Ven. Lug 17th, 2026

C’è una frase che mi rimbomba in testa da ieri. 

È una frase tratta da un’intervista a Lea Melandri, che a un certo punto dice: «Sono rimasta la figlia di quei genitori poveri che mi hanno dato il privilegio dello studio». Nella mia mente questa frase ha creato un ponte con un’altra lettura di questi giorni (il bel libro del mio amico Sabino Zinni ): un episodio della vita di Don Tonino Bello, il quale, anch’egli di origini umilissime, ebbe accesso agli studi superiori e raggiunse i vertici della formazione seminariale e teologica. 

 

C’è un parallelo che mi colpisce. Sono due persone provenienti da contesti popolari e che, a un certo punto della loro vita, scelgono di non trasformare il sapere acquisito in una carriera prestigiosa. Lea Melandri, ammessa alla Normale di Pisa, lascia dopo il primo biennio; Don Tonino Bello sceglie di tornare nel Salento anziché restare nei luoghi più influenti della gerarchia ecclesiastica. 

In entrambi i casi c’è un ritorno alle proprie radici, anche sociali. C’è qualcosa di profondamente significativo nell’unire origini umili e studi altissimi e poi compiere il movimento inverso: riportare quel sapere tra la propria gente, tra coloro che faticano, che lavorano con le mani, che conoscono la durezza concreta dell’esistenza. 

Questa immagine stride con i messaggi che oggi provengono dall’istruzione pubblica. 

Si procede a passo spedito verso la personalizzazione e la profilazione degli studenti, fino alla pretesa di prevederne gli esiti. Le aspettative vengono calibrate sul punto di partenza, nel nome del cosiddetto «successo formativo». 

Ma proprio mentre il successo formativo viene proclamato come obiettivo universale, finiscono per rafforzarsi le differenze di origine familiare, sociale ed economica. 

Chi proviene da contesti difficili viene individuato precocemente come fragile. Per lui si progettano percorsi semplificati, obiettivi ridotti, itinerari più brevi che spesso conducono verso una precoce preparazione al lavoro. 

 

Ma quale lavoro? 

 

Il lavoro sta attraversando trasformazioni radicali e quella che viene presentata come preparazione professionale assomiglia sempre più a un addestramento all’obbedienza: disciplina, adattabilità, flessibilità. 

Essere «imprenditori di sé stessi», in condizioni di scarsità, significa troppo spesso essere disponibili ad accettare qualsiasi forma di sfruttamento. 

 

E allora mi torna in mente la distanza che separa il nostro presente dagli anni in cui muovevano i primi passi adulti Lea Melandri Don Tonino Bello. Una distanza che non sembra di sessant’anni, ma di un’epoca intera. 

Non si tratta di idealizzare quella scuola, che era anch’essa figlia di un determinato ordine sociale. Si tratta però di riconoscere che allora nessuno riuscì a fermare il desiderio di conoscere, di studiare, di raggiungere le vette più alte del sapere, persino i deserti dell’astrazione. 

 

Così come oggi appare quasi incomprensibile la loro scelta di tornare indietro. 

Non diventare un’accademica, ma insegnare nella scuola pubblica. Non inseguire una carriera ecclesiastica ai vertici, ma tornare a fare il sacerdote nel profondo Salento. 

Oggi, invece, da un lato restringiamo progressivamente l’accesso al sapere; dall’altro, riduciamo il sapere a uno strumento funzionale alla performance e al successo individuale. 

Gli altri non sono più coloro con cui condividere ciò che si è appreso. 

Conoscere di più, capire di più, non viene più pensato come uno strumento di crescita personale e collettiva, di emancipazione e di democrazia. 

Il sapere, frammentato, sminuzzato, ridotto a competenze discrete e certificabili, finisce per essere utilizzato esclusivamente in funzione di un micro-successo individuale, anche quando questo è insignificante, precario, privo di qualsiasi ricaduta collettiva. 

 

Dentro questo quadro si comprende anche il disagio degli insegnanti. 

È il disagio di chi non riesce più a riconoscere il senso della propria missione. Di chi si sente costantemente inadeguato, non perché sappia meno, ma perché è cambiata la grammatica stessa del mestiere. 

Gli insegnanti migliori non sono più considerati coloro che testimoniano un sapere e lo trasmettono alle nuove generazioni. 

Non sono più quelli che accompagnano gli studenti all’incontro con Dante, Leopardi, Manzoni, Petrarca o Boccaccio o che introducono alle idee di Platone, Aristotele, Kant o Hegel. 

Sempre più spesso sono chiamati a certificare porzioni di competenze che potrebbero essere acquisite ovunque. 

La scuola diventa uno dei tanti contenitori possibili. 

E poiché gli insegnanti vengono ridotti a certificatori, il loro compito principale diventa rispettare procedure: le ore di orientamento, i percorsi scuola-lavoro, l’educazione civica, le griglie, le rendicontazioni, gli indicatori. 

Anche la valutazione perde il suo carattere educativo. Non è più parte di un processo, ma torna a essere una fotografia: individui da profilare, classificare, indirizzare. 

 

Se negli anni passati non è stato possibile convincere tutti gli insegnanti ad aderire pienamente a questo modello, si comprende allora quella forma di resistenza passiva che ha attraversato molte scuole. 

E quando la resistenza permane, ecco che oggi si riduce lo spazio della didattica: si sottraggono ore di insegnamento, si moltiplicano gli interventi esterni, entrano professionisti, imprese, soggetti che finiscono per sostituire parti sempre più consistenti del lavoro educativo. 

Così si indebolisce non soltanto il prestigio sociale dell’insegnante, ma anche la sua coscienza professionale. 

 

A questa deriva bisogna opporre una forma di resistenza. 

Innanzitutto trasformando in elaborazione teorica condivisa ciò che oggi viene vissuto come disagio individuale. 

Paradossalmente, gli insegnanti che soffrono di più sono spesso quelli che hanno più chiaro ciò che sta accadendo. Eppure faticano a trovare luoghi in cui questa consapevolezza possa diventare discorso pubblico. 

I sindacati svolgono un ruolo fondamentale nella difesa delle condizioni materiali: stipendi, contratti, diritti. Ma oggi il nodo decisivo è anche un altro. 

È il problema del senso. 

Quando viene meno il senso del proprio lavoro, nessun miglioramento materiale è sufficiente a colmare la frustrazione. Rimane la percezione che il contenuto stesso della professione sia stato svuotato o rovesciato. 

Per questo è necessario che questa elaborazione trovi forme collettive. 

 

Poiché le pressioni che attraversano le singole scuole rendono difficile l’emersione di voci alternative, occorre costruire reti che attraversino le scuole e mettano in relazione esperienze diverse. 

Non possiamo pensare che in ogni collegio docenti si formi spontaneamente una maggioranza alternativa. 

Il sistema esercita pressioni molto forti in una direzione precisa: tradurre gli indirizzi ministeriali in pratiche concrete e aggregare attorno ad esse gruppi di insegnanti che condividono o accettano questo modello. 

Chi dissente rimane frequentemente minoranza. 

Ma queste minoranze devono iniziare a riconoscersi come parte di una narrazione condivisa, alternativa, contro-egemonica. 

Un segnale importante è che questa narrazione sta già prendendo forma. Circolano libri, saggi e interventi che criticano la scuola neoliberale e difendono il valore dei saperi e dell’istruzione pubblica. 

A queste voci devono aggiungersene altre. 

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