Mer. Ago 17th, 2022

Le primarie in Italia sono un prodotto di importazione. Qualche anno fa si è pensato di provare a scimmiottare gli Americani per selezionare candidati alla segreteria di partito, a uno scranno in Parlamento o alla carica di Sindaco.

 Come spesso accade, un prodotto copiato non è efficace quanto l’originale. Quando all’estero provano a produrre il Parmigiano Reggiano, ad esempio, il risultato è una poltiglia della consistenza della segatura e dall’aroma di Fonzies. Credo ultimamente siano stati obbligati a chiamarlo Parmesan.

 Le primarie italiane sono il Parmesan della politica. Una domenica X di un mese Y qualcuno monta un gazebo e aspetta gli elettori. Col resto che ti ha dato la pasticceria per il vassoio di paste, paghi l’obolo e voti.

 Ah, sì, devi dichiarare di essere elettore del partito o della coalizione. Il che, stante il voto segreto, ha evidentemente un enorme valore. Il primo che passa decide chi troverai sulla scheda. I primi che passano in realtà sono, solitamente ignari e lontani mille miglia dalla politica attiva, inviati spesso dai capibastone che, con cifra modica, come usa dirsi: “si pesano”.

Parmesan: farlocco e pure maleodorante.

Riproporle, dopo anni di fregature, come si continua a fare qua e là in mancanza di accordi, dimostra come si sia giunti al livello pro del Parmesan. Parmesan al quadrato o al cubo.

Perché le primarie in USA sono regolamentate e tutte interne a una comunità politica, un partito, con un perimetro preciso e invalicabile. In Italia invece, prive di regole, funzionano come mannaia su quel po’ di dibattito democratico ancora in piedi. Da noi la frammentazione la fa da padrone, i perimetri sono sempre variabili (forze politiche che sono alleate in parlamento, ma non in Regione, e magari al Comune alleate con gli avversari del Parlamento o della regione e via folleggiando). Nessuna regolamentazione, né controllo, per cui gli elettori della parte non interessata alle primarie possono sempre decidere di andare a determinare il migliore (più debole) avversario. 

A invocarle è sempre la persona o la forza politica che in quel momento si sente più forte, ergo sicura di vincere. La controparte interna sarà in difficoltà e partiranno le critiche alla prova muscolare. Salvo che, all’improvviso, la parte sfidata inaspettatamente ottenga l’appoggio di elementi terzi ancora più forti. E allora partirà il coro di voci scandalizzato di chi, invece, all’inizio si sentiva invincibile.

 Invece che cementarsi, una comunità politica, in questo modo, si disgrega e semina sospetti sin dall’inizio (figuriamoci alle elezioni vere). 

Ma soprattutto non è che, per caso, con questa grande strategia di moltiplicazione delle primarie, gli elettori decideranno di fermarsi al primo di turno, far vincere chiunque altro, e quelli del tuo campo li manderanno in un altro tipo di campo, ma a zappare?

O, se non a zappare, almeno a produrre Parmesan. Perché almeno per quello si nota del talento.

Alessandro Porcelluzzi

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