Sab. Giu 25th, 2022

Secondo Hannah Arendt esistono “eventi illuminanti”. Si tratta di avvenimenti che rivelano “un inizio nel passato che fino a quel momento era nascosto”.

In questi ultimi giorni contiamo almeno due di questi eventi illuminanti. Il costituzionalista, e firma di punta di Repubblica, Michele Ainis scrive: “”Dunque il vaccino è già obbligatorio, benché gli Italiani non ne siano informati. Nessuno scandalo, il governo talvolta dev’essere insincero, per non allarmare i cittadini. D’altronde la politica – diceva Valéry – è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda.”

Mario Monti, senatore a vita e già Presidente del Consiglio, sempre a proposito del Covid19, della pandemia et similia, ha affermato, durante una trasmissione TV, che “Siamo in guerra (…) Bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione”.

A onor del vero, Monti ha poi cercato di riformulare, ritrattare, ridimensionare l’affermazione citata, ma rimane, soprattutto se letta in parallelo all’articolo di Ainis, un segno, un fascio di luce che rischiara in modo retrospettivo i mesi (e forse addirittura gli anni) che abbiamo alle spalle. Nella gestione della pandemia, e soprattutto rispetto alla misura del green pass, c’è chi ha parlato di dittatura e/o di totalitarismo. Chi ha apertamente descritto un parallelo con le misure di ghettizzazione e persecuzione di minoranze indesiderate. Il parallelo è stonato, oltre che sproporzionato. La fase che stiamo attraversando è certo un tentativo di superare la democrazia. Ma non lo è nei termini in cui lo furono i totalitarismi. I totalitarismi furono caratterizzati da una politicizzazione totale, appunto, della vita degli individui. In nome del partito, della classe, della razza, agli individui era richiesta una adesione totale: i totalitarismi chiedevano l’anima per farne uno strumento nelle mani della politica. Oggi viviamo una stagione completamente diversa. La democrazia è messa in discussione proprio in quanto espressione della politica, che richiede discussione e adesione/opposizione alle decisioni che provengono dalla discussione. Come dimostrano Ainis e Monti, la politica e la democrazia, secondo il potere attuale e i suoi tamburini, devono essere superate per lasciare spazio a una logica di gestione. Una gestione ordinata, un piano che sostituisce la politica. Troppa informazione è dannosa, a volte meglio nessuna informazione. Perché l’informazione può allarmare, e invece le uniche emozioni che devono sostenere questo piano sono emozioni positive: l’amore, la gioia. Con quello strano cortocircuito per cui occorre accogliere le (ogni volta differenti) solitamente fredde prescrizioni della scienza, anche quando sono in realtà valutazioni o decisioni individuali, come se si stesse agendo per amore della comunità. Si usano l’empatia e l’attaccamento, innescandoli a comando, come incentivi. Persino la parola comunità cambia di significato. Se non è più luogo per scambio e discussioni di informazioni, se non è più sede della opinione pubblica, se non è più potenzialmente illimitata per il dialogo, allora non è più comunità, e non è più nemmeno società. E se l’individuo è sottoposto semplicemente alla pressione sociale, e fa il bene solo quando mette in atto i comportamenti che sin dall’inizio sono prescritti come bene (per timore della disapprovazione o per imitazione), allora non è più un individuo. Non esiste più la società, ma solo uno sciame, un grande alveare, non esiste più l’individuo, ma solo un meccanismo all’interno di un sistema strumentale. Il futuro che Ainis e Monti descrivono non è democratico. Non è totalitario, ma certamente non è democratico. Il fatto che ci appaia tale oggi, mentre siamo ancora nel mezzo di una pandemia, non è un caso, ma una occasione. Per fare di questi eventi illuminanti un monito. E prepararci a difendere l’individuo, la società, la democrazia.

Alessandro Porcelluzzi

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