Lun. Ott 25th, 2021

In Italia funziona oramai così. Nessuno vuole essere troppo lontano dal potere. E se al governo c’è Draghi, tutti tentano di essere draghiani o almeno non eccessivamente anti-draghiani. Poco importa se la metà degli elettori, dovendo scegliere tra più versioni dello stesso spartito, scelgono di non andare a votare. Persino per elezioni, come le amministrative, in cui si decide delle aiuole, della tassa sui rifiuti, dei servizi sociali. Di temi cioè assai vicini alla vita quotidiana. Nulla da fare, sembra dire l’elettore che si astiene: se questa è l’offerta, votatevela voi.

Il PD, come l’Essere di Aristotele nella Metafisica, “si dice in molti modi”. In questa tornata di amministrative vince ovunque perché cambia fisionomia, e partner, e schema a seconda del caso. In una città si allarga sul fianco sinistro, nell’altra sul destro, in una ingloba in alleanza il M5S, nell’altra lo isola e detronizza, a volte sceglie le ultime nidiate di apparato, altre volte mette il cappello alla sempiterna società civile. Per qualcuno ciò può significare realismo politico, egemonia; per altri, banalmente, essere anfibi. E tuttavia, specie in era di bassissima affluenza, chi sa muoversi così, e conserva un bacino di quadri intermedi di discreta qualità, vince. È, dalla sua nascita, un partito delle istituzioni. Esclusa la parentesi Conte 1, al governo e al potere da due lustri e a proprio agio sempre. 

Il M5S, in maniera uguale e contraria, perde in qualunque versione si presenti. Sostanzialmente scompare a Milano e Bologna, dove è competitor del centrosinistra. A Torino e Roma, dove governava, si riduce al 9% nel primo caso e a Roma con la Raggi arriva quarto. I big si precipitano a Napoli, a festeggiare la vittoria in coalizione con Manfredi, ma con il M5S che nel giro di tre anni passa in città dal 50 al 10%. La popolarità di Conte non si trasforma in voti. Per il momento il PD lo usa come prova di una coalizione ampia che vince. Poi si vedrà. Se il processo di desertificazione del M5S seguirà i precedenti della sinistra radicale (che anche a questo giro dà pessima prova di sé), Conte farà la fine di tutti i micropartner che lo hanno preceduto.

La Lega conserva un qualche insediamento solo nei centri piccoli e medi del Nord. Finisce dietro Fratelli d’Italia in tutte le realtà maggiori e solo sopra la linea Gotica vale ancora qualcosa. Un successone del cambio di linea, da Borghi a Giorgetti per capirci. Finalmente la destra leghista è quella che piace ai media mainstream: talmente tenera che si taglia con un grissino. Tagliate le unghie al sovranismo, non rimane che la Lega del ceto medio del Nord, soprattutto Nord Est. Così fedele, che nella maggior parte dei casi sceglie il PD.

Fratelli d’Italia cresce a danno dei due partner di centrodestra. E soprattutto come unico riferimento per quella parte di opposizione a Draghi che va a votare e non schifa la destra. La qualità dei candidati, in comune accordo con Lega e Forza Italia, è talmente bassa, signori nessuno, che però a Meloni resta solo da pasteggiare sui cadaveri politici di Salvini e Berlusconi.

Una nota, ma solo di tattica e comunicazione, su Calenda. La scelta di candidarsi e con grande preavviso a Roma come Sindaco gli ha regalato una percentuale, intorno al 20%, cinque volte quella stimata a livello nazionale per il suo movimento. Ma soprattutto una visibilità enorme. Adesso è anche determinante per il ballottaggio tra i due sonnolenti e sonnambuli Michetti e Gualtieri. Mossa notevole e, in tempi di sonno, anche la tattica è importante.

Alessandro Porcelluzzi

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