Gio. Set 23rd, 2021

Sono una donna che si è destata

Mi sono alzata e sono diventata una tempesta

che soffia sulle ceneri

dei miei bambini bruciati

Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata

L’ira della mia nazione me ne ha dato la forza

I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico,

Sono una donna che si è destata,

La mia via ho trovato e più non tornerò indietro.

Questi versi appartengono alla poesia “ Mai più tornerò sui miei passi” della poetessa afghana Meena Keshwar Kamal, trucidata per aver difeso i diritti delle donne.

In una Kabul di oggi, 16 agosto 2021, occupata dalla nera tempesta talebana?

No, il 4 febbraio del 1987, nel campo profughi di Quetta, in Pakistan, dove Meena aveva spostato la sede della RAWA per aiutare i profughi fuggiti dal conflitto bellico di quegli anni.

Anni dell’invasione sovietica col suo governo fantoccio. Fu uccisa da agenti della polizia segreta afghana o dai loro complici fondamentalisti.

Meena era nata a Kabul il 27 febbraio del 1956. Era una femminista e attivista per i diritti delle donne. Nel 1977 fondò L’ASSOCIAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE DELL’AFGHANISTAN- RAWA. Un gruppo organizzato che lottava clandestinamente per promuovere l’uguaglianza e l’istruzione per le donne afghane. Per salvarle dall’oscurantismo, restituire loro la dignità negata e incoraggiarle a sfidare le regole patriarcali, opponendosi al fondamentalismo talebano.

 “Le donne afghane sono come leonesse addormentate, una volta sveglie possono svolgere un ruolo meraviglioso in qualsiasi rivoluzione sociale”, aveva dichiarato Meena in un’intervista, certa che le donne in futuro si sarebbero riscattate dalla loro condizione di sottomesse.

Negli anni, attraverso le continue lotte interne e gli interventi di organizzazioni internazionali, la condizione femminile  è cambiata e con l’entrata in vigore della Costituzione del 2004, dopo la caduta del regime fondamentalista, i diritti delle donne sono rifioriti, anche se la violenza di genere resta ancora molto alta.

 La mentalità afghana, difficile da sradicare soprattutto nelle zone rurali,  considera le donne quasi come oggetti. Il dislivello tra modernità e cultura arcaica è impressionante sia  rispetto alle classi di appartenenza che  al luogo in cui si vive. Nelle zone rurali è ancora imposto il burqa, mentre in città come Kabul, le donne spesso indossano solo l’hijab e abiti considerati occidentali.

Comunque il rischio di attentati è sempre stato alto e l’emancipazione femminile rischiosa e difficile.

Il cammino verso un sempre più illuminato riscatto sociale subirà un drammatico arresto con gli ultimi drammatici eventi di questi giorni.

Lo sviluppo economico, già così difficile, lo sarà ora ancora di più anche perché  impedito dalla produzione dell’oppio che viene coltivato dappertutto al posto delle colture alimentari.

 Il narco-Stato ha interessi economici legati alle mafie e i piccoli coltivatori si vedono costretti a cedere le loro terre dove viene poi coltivato l’oppio.

Corruzione e povertà dilagheranno  sempre di più e questo non facilita lo sviluppo di una società in cui la donna possa avere un ruolo paritario. Dove possa aver diritto all’istruzione e a pari opportunità.

Ecco perché mi si è stretto il cuore nell’apprendere la caduta di Kabul in mano talebana.

Le conseguenze saranno davvero disastrose  in un territorio già così tanto problematico.

Si ritorna all’anno zero, mi sono detta!

Quanto dovranno ruggire e graffiare ancora le leonesse afghane per riprendersi i loro pur minimi diritti acquisiti?

La donne dovranno continuare la loro lotta clandestina anche sotto il burqa, spesso usando pseudonimi  come hanno fatto le attiviste da sempre e sotto ogni regime.

La loro scelta è quella di restare dentro le loro famiglie, le case, le loro reti. Sono convinte che non ci possa essere democrazia se il tasso di analfabetismo resta  alto, soprattutto tra le donne, per cui lottano contro l’ignoranza  per costruire una società capace di autodeterminarsi in modo consapevole.

 La RAWA continuerà a battersi, oggi come allora, con tutte le sue forze.

Voglio terminare questo mio articolo con gli altri versi della poesia di Meena,  la cui voce sempre si alza al di sopra di ogni sopraffazione. Contro ogni violenza. Col ruggito della leonessa.

Le porte chiuse dell’ignoranza ho aperto

Addio ho detto a tutti i bracciali d’oro

Oh compatriota, io non sono ciò che ero.

Sono una donna che si è destata.

La mia via ho trovato e non tornerò più indietro.

Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa

Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto

Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà

nel loro insaziabile stomaco

Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio

La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,

nei flutti di sangue e nella vittoria

Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace

Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.

La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate

I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti

Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione,

Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù,

Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero

sono una donna che si è destata

Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro.

Anna Bruna Gigliotti

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