Dom. Mag 16th, 2021

La Cancel Culture è, in modo crescente, una emergenza. L’idea che muove questa tendenza è tanto semplice quanto feroce: non meritano di essere studiati, ricordati, celebrati gli artisti, i pensatori, gli scrittori, gli uomini di Stato che in qualche modo (e in qualunque tempo) abbiano sostenuto e assecondato ideologie di dominio. Da ciò consegue una lista di monumenti e statue da abbattere, libri da accantonare, ricorrenze da sopprimere. L’accezione di dominio è assai variabile e copre uno spettro di gruppi dominati vario e variegato: dalle donne agli omosessuali, dai neri agli islamici, dai popoli indigeni depredati agli schiavi vittime della tratta, e così via all’infinito.

Ci porterebbe assai lontano riflettere sulle contraddizioni insite nell’accomunare, in un unico contenitore, profili così differenti. Valga, a titolo di esempio, la presenza nello stesso contenitore, come vittime, di arabi e afroamericani: dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque conosca, anche solo attraverso un manuale scolastico, la storia della tratta e il ruolo degli Arabi in questo. commercio, persino prima che gli Europei vi entrassero.

Ultimo episodio eclatante riguarda la Howard University, una università privata di Washington, in cui si è deciso di chiudere il Dipartimento di Studi classici (perché, d’altronde, come ha acutamente notato nel suo servizio al TG2 la giornalista Anna Mazzone, Omero, Cicerone, Socrate e Platone erano tutti maschi e bianchi). Si tratta, è vero, di un salto di qualità. Certo ci si può tranquillizzare pensando che al momento ci tocchi solo da lontano (geograficamente) e in piccola parte (una singola università privata). E tuttavia questa forma di auto-consolazione regge poco e malissimo.

In primo luogo perché, come quasi tutti i fenomeni, dal costume agli stili di vita sociale, anche le tendenze del mondo accademico ai tempi della industria culturale sono sempre anticipate dagli USA per poi raggiungere l’altra costa dell’Atlantico. In secondo luogo perché alcuni zelanti epigoni di questo tipo di atteggiamento, di postura sono già attivi da noi. Si ricorderà senz’altra la polemica postuma su Indro Montanelli e la statua a lui dedicata.

La questione della Cancel Culture può essere affrontata in molti modi. Come già accennato, si può senz’altro sottolineare tutti i limiti di questa interpretazione (rigida, schematica, sclerotizzata,  tutta appiattita su una manciata di categorie) della storia delle civiltà e dei suoi protagonisti.

Così come si può, anzi: si deve, è doveroso affrontare questi tentativi di demolizione della memoria di personaggi e periodi storici, di movimenti artistici e di pensiero, rivendicandone i meriti e la grandezza. Insomma opponendo alla diffusione di questo velenoso furore ideologico la difesa con buoni argomenti della complessità dei fenomeni culturali (e degli individui che li hanno incarnati).

Ancora: certamente saremo tutti costretti ad attrezzarci politicamente. Perché occorre capire quali grandi movimenti e interessi siano all’opera in questa opera di demolizione. Per essere chiari: curiosamente, mentre questo movimento dichiara ad esempio di voler onorare la storia dell’Africa e degli africani costretti a lavorare come schiavi in America, l’Africa e gli Africani di oggi sono invece il principale sostegno alle versioni tradizionaliste della cultura europea ed euroatlantica ( la fonda il proprio consenso, ad esempio, la parte più conservatrice della Chiesa cattolica). Dunque al di là del discorso pubblico, di ciò che emerge nella sfera dell’opinione pubblica, della manifestazione eclatanti che attirano l’attenzione dei media, occorre comprendere quali correnti sotterranee si muovano al fondo di questo fenomeno. Coglierne le debolezze, colpirne gli interessi e cercare di utilizzare tutto ciò per arrestarlo alla fonte.

Infine una considerazione di carattere generale: poiché questa tendenza è emersa di recente (e ancora più di recente ha superato i confini degli USA per toccare la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e altri Paesi del continente europeo) non si è ancora pensato e scritto abbastanza sulle possibili ricadute di un trionfo della Cancel Culture. Distruggere i simboli del passato non è un accadimento nuovo o inedito nella storia del mondo. Se ne sono resi protagonisti e colpevoli fanatici di ogni tempo e di ogni risma: dalla distruzione della Biblioteca di Alessandria ai Khmer Rossi, non vi è forse secolo che non abbia conosciuto il furore della distruzione, anche nei suoi simboli fisici, di una cultura ritenuta decadente, peccatrice, blasfema ecc,

La novità, e di conseguenza l’imprevedibilità degli esiti, è che stavolta tutto ciò avviene in Stati liberali. E avviene per mano spesso, o su suggerimento sempre, di intellettuali e accademici che si sono formati nelle, e sono stati formate dalle, stesse istituzioni che oggi disconoscono. Acculturazione e istruzione sono processi che avvengono per travaso, per sgocciolamento. I vertici delle istituzioni accademiche, l’alta cultura, gli intellettuali con maggiore visibilità trasferiscono, tramite l’insegnamento e i loro scritti, il proprio sapere sui piccoli lavoratori intellettuali diffusi. I quali a loro volta ne fanno divulgazione. E infine questo sapere diventa senso comune, oggi sempre più attraverso la mediazione di Internet e dei social. Viene da chiedersi, con un pizzico di terrore, cosa provocherà il vuoto della distruzione di fette del sapere occidentale? Non è questione per eruditi, perché il sapere è anche risposta alle domande di senso, rassicurazione, conferma e riconoscimento di essere parte di una comunità. Come un arto fantasma, ciò che oggi viene cancellato con furore entusiasta potrebbe ripresentarsi. In forme distorte, però, perché appunto è stato oggetto di rifiuto, taglio, rimozione. Forse proprio perché sta succedendo in Stati liberali, in democrazie, dovremmo preoccuparci. Non è escluso che tutto ciò possa avere esiti nefasti per la democratizzazione, che è un processo continuo e purtroppo, come prova la Storia, potenzialmente sempre reversibile.

Alessandro Porcelluzzi

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