Lun. Apr 19th, 2021

Tempo fa, chissà se qualcuno lo ricorda, fece scalpore un cartello mostrato da Monica Cirinnà, esponente del PD. Il cartello recitava: “Dio, Patria e Famiglia, che vita de merda”.

Sono trascorsi due anni da quell’episodio. Non è dunque il caso di tornare su quella polemica, sulla confusione riguardo le origini di quello slogan (“Dio, Patria e Famiglia”, che Cirinnà attribuì al fascismo, era invece già motto mazziniano e fu poi democristiano), sulla svalutazione un po’ sciatta di quei tre termini/valori, e nemmeno sul finale brutale e inutilmente volgare.

Quell’episodio ci aiuta invece a individuare, in base a vicende di oggi, al posto della triade stigmatizzata da Cirinnà, la vera diade italiana. Dunque non Dio, Patria e Famiglia, ma Corporativismo e Familismo.

Il familismo amorale, teorizzato, approfondito e rivisitato molte volte nel corso degli ultimi decenni dai sociologi è l’attitudine ad agire unicamente in vista dei vantaggi del proprio nucleo familiare, a ottenere vantaggi per i membri della propria famiglia, senza tenere in considerazione alcuna gli interessi del resto della comunità. La distinzione tra il bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è eticamente accettabile e ciò che è moralmente riprovevole (o addirittura ripugnante) vale solo dentro le mura domestiche. Fuori, all’esterno, in piazza, vale tutto, mors tua, vita mea (anzi: nostra).

Secondo la sociologia questo meccanismo è una delle cause di arretratezza di alcuni popoli, di alcune comunità, di alcuni Stati. La partita si gioca tra clan familiari, e così si impedisce a talenti e competenze di emergere e offrire il proprio contributo al progresso. Tra le decine di fattori che determinano la crisi della politica e della società italiane, forse un ruolo, non esattamente minuscolo, è rivestito proprio dal Familismo. Valgano, a mo’ di esempio, due casi recenti. Il primo è la vicenda della Regione Lazio. L’ufficio di Presidenza, durante le feste di Natale (e li perdoni il Dio della triade di Cirinnà) accende il semaforo verde per una infornata di assunzioni. 16 per l’esattezza  per gli uffici della Pisana (a cui vanno sommate 8 per il Comune di Guidonia e 2 per quello di Tivoli). L’ufficio di Presidenza pesca questi nomi da una graduatoria di un altro comune, Allumiere. Quei nomi sono tutti nomi di collaboratori di segreterie di partito, quasi tutti del PD (e qualcuno di Lega e M5S, tanto per non tradire il patto consociativo). La chicca, per ciò che andiamo scrivendo e sostenendo, è che Zingaretti, presidente di Regione e fino a qualche settimana fa leader nazionale del PD, scarica la responsabilità sull’ufficio di Presidenza. E chi c’è nell’ufficio di Presidenza? Michela Di Biase, la moglie del (praticamente oramai eterno) Ministro Dario Franceschini. Il quale, segreto di Pulcinella, è uno dei massimi leader del PD. Un capocorrente, anzi il re delle correnti, il vero magister ludi del PD dentro il Parlamento e negli organismi di partito. Tra moglie e marito non ci mettere il dito, ma invece assunzioni in quota politica sì. Una mano lava l’altra ed entrambe le mani finiscono a casa Franceschini.

Ma il familismo è trasversale, vero fondamento della Repubblica. Ed infatti accade che, col nuovo governo, torni a Viale Trastevere, al Ministero dell’Istruzione, la Lega. Il sottosegretario Rossano Sasso è un professore leghista barese. Che ha già riempito le colonne dei giornali scegliendo come proprio collaboratore Pasquale Vespa, leader di una associazione di precari, ANDDL. Si è poi scoperto che Pasquale Vespa è stato denunciato dal precedente Ministro, Lucia Azzolina, perché autore di violente campagne sui social contro di lei. Il ministro Bianchi ha rimosso dall’incarico Vespa. Per fortuna Sasso può contare sulla propria consorte, Graziangela Berloco. Che è presidente di una associazione di precari (Associazione libera scuola) e autrice di moltissimi ricorsi contro il Ministero, e che oggi sta valutando col marito le candidature per lo staff che guiderà quello stesso Ministero. A casa Sasso-Berloco si usa così: con una mano si organizza la struttura del Ministero, con l’altra si studia come bombardarlo meglio; con la mano destra si scrivono i provvedimenti che decideranno il reclutamento (e dunque la qualità futura) degli insegnanti, con la mano sinistra si contano i ricorsi presentati, vinti, respinti (e le tessere, le quote associative, le parcelle legali ad essi relativi).

Ma gli Italiani, quando e se si liberano dalla asfissia del familismo, per paura di affrontare il mondo in solitudine, abbracciano immediatamente il corporativismo. Se non c’è più il marito, la moglie, il padre, la madre, il suocero, la suocera a proteggerci, ecco che ci infiliamo sotto le gonne della corporazione. Persino di fronte alla pandemia, persino di fronti ai morti per Covid19, nulla frena e inibisce le corporazioni. Dopo un anno dovrebbe essere chiaro: il Covid19 è un rischio enorme soprattutto per gli anziani e per i fragili con alcune patologie precise. Ergo se vogliamo arrestare il numero di morti e di ricoveri in terapia intensiva dobbiamo vaccinare prioritariamente queste categorie. E invece, nonostante i richiami del governo Draghi, l’Italia è una Babele. In Sicilia i consiglieri regionali chiedono di essere vaccinati subito. L’Associazione Nazionale Magistrati, addirittura, invoca il vaccino prioritariamente per i magistrati e invita i dirigenti degli uffici giudiziari ad adottare misure per rallentare o persino sospendere l’attività giudiziaria. In pratica un pezzo dello Stato che boicotta lo Stato, lo minaccia, per ottenere un privilegio, la vaccinazione in via prioritaria, non avendone diritto. In Puglia, in provincia di Taranto, sono i preti a infilarsi nelle maglie dei vaccinandi per direttissima. Consiglieri regionali, magistrati, preti. Ma anche moltissime altre categorie (giornalisti, amministrativi, studenti universitari ecc.): sgomitano tutti, urlano, strepitano. Senza comprendere, o infischiandosene pur comprendendo benissimo, che ogni dose di vaccino data a un rappresentante di queste corporazioni è una dose di vaccino sottratta a un anziano o a un malato cronico. Un anziano o un malato cronico che, se contrae il virus, rischia la terapia intensiva, o peggio la morte. Ma quello stesso meccanismo, spiegato per il familismo, agisce dentro il corporativismo. Le regole, l’etica, il senso civico, ma anche il bon ton e il politicamente corretto, valgono solo all’interno del proprio clan, di sangue o di categoria. Mai all’esterno. Nel familismo e nel corporativismo, in questa palude, affonda il Paese. L’anno scorso qualcuno diceva che questa pandemia ci avrebbe reso migliori: una profezia che non pare essersi avverata. Come l’altra, esposta su tanti balconi: “Andrà tutto bene”. “Andrà tutto bene per il nostro clan”, sarebbe stato slogan più adatto all’Italia del Familismo e del Corporativismo.

Alessandro Porcelluzzi

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