Sab. Giu 13th, 2026

Si dice che Chi fa arte vive due vite, vive anche per chi ne fruisce, per chi si sofferma ad ascoltare
una musica, per chi si immerge nella lettura di un libro o nella visione di un quadro, per chi si
siede nella poltrona di un cinema o di un teatro…e tanto altro, ma è proprio così?
L’artista è uno strano animale terrestre, finché la sua mente fa fiorire progetti, idee, creazioni di
ogni tipo, è un essere “diverso”. Finché il suo corpo lo aiuta a produrre , finché le sue mani
modellano, scrivono, dipingono, spaziano tra le cose, finché questo andare nell’aria, finché la sua
mente è fertile e compagna di un corpo che la ama, è sicuramente un fortunato. Ma… quando le
circostanze avverse non gli permettono di “camminare nell’aria”?
E’ in quel momento preciso che l’Arte come tale, fa sentire la sua voce, e scava profondamente
nell’animo dell’artista, per far emergere insospettabili capacità.
Renoir, che aveva fortissimi dolori alle mani, continuò a dipingere e quando gli chiesero quali
fossero i segreti della sua pittura così diversa nei vari periodi, ma sempre identificabile in lui,
rispose :”Non lo so, non so spiegarlo. Molti giovani pittori mi hanno chiesto il perché di un colore
accanto all’altro, e non ho mai saputo cosa rispondere se non che ho molto amato la vita, un
amore mai venuto meno, anche quando l’artrite mi ha costretto a dipingere con i pennelli legati ai
polsi.
Monet invece, così raccontava la sua malattia, afflitto da cateratta bilaterale :
Fu terribile, dipinsi e distrussi un numero di tele che non ricordo nemmeno. I colori mi tradivano, le
sfumature erano inesistenti, pensai di non essere più capace di dipingere, poi un medico e un altro
ancora e ancora, mi dissero che forse avevo le cateratte, che dovevo operarmi, ma prima, era
tassativo, i miei occhi dovevano riposare. Non sto qui a narrare tutte le difficoltà, solo che siccome
sono un caparbio, mi feci costruire una stanza a vetri nella quale potei dipingere le mie grandi tele
delle ninfee. Non più alla luce del sole, aiutandomi con il nome del colore sul tubetto e provando e
riprovando sull’esperienza dei “Covoni” dei “Pioppi”, della “Cattedrale di Rouen” Ho adattato la
pittura alla mia vista, che peraltro ebbe dei notevoli miglioramenti.
Toulouse Lautrec, afflitto da nanismo, diceva: Io devo tutto alla mie ossa. Ho dipinto pensando che
il farlo sia stata una mia scelta, non una imposizione del mio corpo. Io avevo le ossa delle gambe
fragilissime, rotte una volta, non hanno più voluto crescere e la mia famiglia, visto che possedevo
quelle famose capacità nel disegno, e non avrei mai potuto dedicarmi alla carriera militare o agli
sport che tanto amavo, ha pensato bene di farmi studiare negli ateliers di artisti e di accademici
dell’arte.
E Frida Kahlo? Una infanzia da disabile, fu anche vittima di un orribile incidente; subì 32
operazioni chirurgiche nel corso della sua vita. Una volta dimessa dall’ospedale, rimase immobile
per anni nel suo letto, ingessata. Cominciò a pensare di dipingere, la famiglia le attrezzò uno

specchio posto sul soffitto e dipinse così una serie di autoritratti . “Dipingo me stessa perché passo
molto tempo in solitudine e sono il soggetto che conosco meglio. “

Beethoven, afflitto da problemi dell’udito che lo porteranno alla completa sordità, continuò a
comporre musica immortale soltanto immaginandola nella sua mente. Mai poté ascoltarla!
Si potrebbe continuare con un infinito elenco. Quanti artisti, hanno vissuto e vivono l’arte come
bene primario, essenza della vita, elisir come panacea dei loro mali? Perché l’Arte nascosta nei
meandri delle cellule non può fermarsi? Forse, perché deve continuare ad esistere e vivere anche
per chi due vite non le ha.


Nadia Farina
Alcuni passi sono tratti dal libro di Nadia Farina, Parole oltre il tempo – edito da Amazon-

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