Dom. Mar 8th, 2026

E’ arrivato un altro Carnevale e c’è da chiedersi se sia il caso di lanciare coriandoli e stelle filanti, quando
sono stati sostituiti da bombe, droni, missili e quant’altro…Ma si sa il mondo ha bisogno di sorridere, di
mascherarsi per non farsi travolgere dall’angoscia, dalla tristezza, dalla rabbia, da quel senso di impotenza
che rende inutile ogni protesta, ogni voglia di rivalsa.
Sul carro dei potenti non a caso, sono salite tutte le maschere che fanno parte della nostra tradizione,
quelle che raccontano vizi e difetti del popolo che abita lo Stivale, ma così simili in ogni parte del mondo:
Furbizia, Vanità, Ignavia, Usura, Stoltezza, Avidità, Presunzione, Ingordigia, Seriosità, Avarizia, Lussuria…
Rappresentate da Arlecchino, Balanzone, Pantalone, Colombina… solo per citarne alcuni. Si farebbe torto
però alla maschera di Stenterello che nonostante le avversità, trova sempre la voglia di ridere o Pulcinella
simbolo della saggezza popolare, che spesso vanifica la sua saggezza con la pigrizia.
Questo preambolo per addolcire la gola ed il cuore con il racconto delle frittelle della Gnaccia. Buone per
tutto l’anno, ma per Carnevale ancora di più.


Era Milano. Era primavera.
Non aveva mai capito perché entrando in casa cantando “ Mamma mia dammi cento lire che in America
voglio andar…”, sua madre lo aveva improvvisamente aggredito con un sonora sberla, di quelle che le
mamme danno forti come nessuno, ma senza cattiveria.
Era scappato via, ricacciando le lacrime in gola, con il pomo di Adamo che faceva su e giù. Era arrivato
davanti alla scuola dove c’era il Gigi della Gnaccia, lo chiamavano così per via del fatto che d’autunno
vendeva a pezzetti una grande teglia di castagnaccio, mentre d’estate, la riempiva di frittelle con lo
zucchero a venti centesimi , tre.
Tirò fuori dalla tasca i “vint sghei”, e si consolò con il dolce sapore delle frittelle.
Sarebbe stato quello nella vita, il modo per consolarsi degli eventi tristi ed incomprensibili. Avrebbe
dolcificato da quel momento in poi, tutte le cose amare: una sberla ingiusta e mai compresa, sarebbe stata
la metafora delle ingiustizie della vita. Le frittelle invece, divennero la metafora della consolazione che
sarebbe stato capace di trovare all’angolo di una strada.
Adesso vi racconto come ho imparato a farle io:
2 cucchiai colmi di farina setacciata con un pizzico di sale e un cucchiaino di zucchero, sciogliendola con
acqua quanta ne occorre per avere una crema non troppo fluida. Lavorarla e farla riposare una mezzora,
unire un tuorlo, mescolare ed infine aggiungere un albume montato a neve ben soda. Versare a cucchiaini,
due tre per volta, in abbondante olio bollente. Con un mestolino forato, raccogliere le frittelle diventate
d’oro, e poggiarle su una carta da cucina. Quando la carta avrà assorbito l’unto in eccesso, travasarle su un
vassoio e cospargerle di zucchero.


Nadia Farina
Le frittelle della Gnaccia ( tratte dal libro “Le ricette raccontano” di Nadia Farina )

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