Gio. Lug 18th, 2024

“A iurnata è ’nu muorzo,” la giornata è un morso, è la voce di mast’ Errico sulla porta della bottega. Io stavo già là davanti da un quarto d’ora per cominciare bene il primo giorno di lavoro. Lui arriva alle sette, tira la serranda e dice la sua frase d’incoraggiamento: la giornata è un morso, è corta, diamoci da fare. Ai vostri comandi, gli rispondo, e così è andata.

Queste sono le prime frasi del romanzo “Montedidio”  di Erri de Luca, noto scrittore, giornalista, poeta e traduttore italiano. Nato a Napoli nel 1950, poi trasferitosi a Roma nel1968, ha esordito nel 1989 col suo primo libro “Non ora, non qui”, una rievocazione della sua infanzia a Napoli :

“Mi torna in mente il passato con parvenza di intero, per un bisogno di appartenenza a qualcosa, che stasera mi spinge verso di esso, verso una provenienza”

A questo hanno fatto seguito vari romanzi  tra cui : Una nuvola come tappeto, In nome della madre, Tu, mio, Il peso della farfalla…fino all’ultimo “A grandezza naturale” del 2021. 

Il romanzo Montedidio, è ambientatoin una zona di Napoli, sulla collina di Pizzofalcone, il cui nome deriva dalla caccia al falcone, praticata in questa zona per volontà del re di Napoli Carlo d’Angiò. Il luogo è  noto col nome di Monte di Dio, dall’omonima chiesa del XVI secolo, oggi non più esistente, e fa parte del quartiere San Ferdinando, fra il borgo di Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia.

“Chi salirà nel monte di Dio? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro”

 E dove si aggirano strane presenze:

“… per le scale di sera passano gli spiriti. Senza il corpo hanno nostalgia solo delle mani e si buttano addosso alle persone per desiderio di toccare.”

E…”se vuoi sputare in terra non trovi un posto libero tra i piedi. Qui non c’è spazio per stendere un panno”.

Il protagonista della storia è un ragazzino di 13 anni che vive in questo quartiere popoloso e popolare di una Napoli fatta di chiaro-scuri dove si può passare tutta la giornata a salutare e poi la sera essere stanchi solo per aver fatto quel gesto.

La sua giovane vita transita in un tempo quasi dipinto, a volte silenzioso e pieno di parole non dette, a volte caotico e colorato. Un quadro perfetto di una Napoli illuminata ma dai contorni sbiaditi. Gli oggetti che il ragazzo tocca funzionano come quel correlativo oggettivo, di pascoliana memoria, cioè suscitano riflessioni e sentimenti soggettivi. Trasmettono al lettore le sue stesse  emozioni.

E’ il caso di quel rotolo di carta su cui il ragazzo annota aneddoti della sua vita.

Oppure del bumeràn che gli ha regalato suo padre, per il quale “ Non è una pazziella, un gioco, è l’arnese di un popolo antico”, e di cui il protagonista si prende cura, con la speranza di poterlo un giorno lanciare: “Alliscio il bumeràn secondo la sua fuga e quello trema un poco in mano a me. Non è un giocattolo, ma nemmeno un arnese da lavoro, è una cosa di mezzo, è un’arma.”

“Stringo il bumeràn, sento la scossa. Ho cominciato a fare la mossa del lancio. Lo carico dietro la spalla, lo spingo avanti per lasciarlo andare ma non lo tiro”.

Un altro oggetto é l’ula òp, quel cerchio di plastica che Maria fa girare, provocandogli le prime vertigini d’amore :

“ho visto Maria che lo faceva girare intorno ai fianchi senza farlo cadere a terra. Mi ha detto: “Prova”, le ho risposto no, che non mi pare una cosa da maschi. Maria ha fatto tredici anni prima di me, abita all’ultimo piano, è la prima volta che mi parla”.

Quella Maria, costretta a soddisfare le basse voglie del padrone di casa, per bisogno e che, in uno slancio di sincero affetto gli diràM’importa di te” e si riscatterà agli occhi del mondo, meritandosi l’innocenza perduta.

Montedidio è un’opera sublime, umanissima, delicata e spietata, coma sa essere l’anima di un ragazzino ai suoi primi passi nella vita in un quartiere difficile ma in cui dimorano l’attesa e la speranza.

Per l’ammirazione che ho sempre avuto per il suo autore, ho accolto con molto entusiasmo l’invito a vederne la trasposizione teatrale curata da Mario Mirelli, attore e regista di origine napoletana, che vive e opera in ambito teatrale a Brescia. Ha avuto come maestro Gianluigi Vezoli da cui ha acquisito l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva. Con queste basi ha iniziato il suo percorso artistico che lo ha visto conduttore di laboratori per bambini con allestimenti di spettacoli originali in varie classi di scuola primaria di Brescia; e poi attore nella Compagnia Primo Incontro di Gianni Calabrese, con la messa in scena di molte opere teatrali. Oggi collabora con l’Associazione Alchimia.

Ha curato, a sua volta, la regia, di diverse opere tra cui “ Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca.

La passione per il teatro di narrazione e di evocazione lo ha spinto alla realizzazione di monologhi, di cui ha curato regia e adattamento teatrale, e tra questi Montedidio, più volte rappresentato con successo. Mario Mirelli, restando fedele al testo di De Luca, ne ha ripercorso tutta la narrazione con maestria, con focalizzazione interna. Ha infatti indossato le vesti del protagonista, intese come anima e corpo, ha guardato il mondo coi suoi occhi e ci ha preso per mano, presentandoci i vari personaggi: il padre, che parla il dialetto e ha soggezione dell’italiano e della scienza di quelli che hanno studiato;  la madre che lo cura, aggiustandogli i calzoni, ma ha la concretezza spiccia delle donne del popolo ( “Mò si’ ommo, puort’ e sorde a casa,”), poi si ammala e resta una presenza defilata ma costante.  E poi ci sono mast ’Errico, il gestore della bottega di falegnameria dove il ragazzino impara il mestiere, e  Rafaniello che, come narra il nostro Mario Mirelli, prendendo in prestito le parole di Erri de Luca:

 È venuto a Napoli da qualche pizzo d’Europa dopo la guerra. È salito dritto sopra Montedidio da mast’ Errico e si è messo a sistemare scarpe ai puverielli. Le fa tornare nuove. Lo chiamano Rafaniello perché è rosso di capelli, verde negli occhi, è piccolo e porta una gobba a punta in cima alla schiena. A Napoli come l’hanno visto gli hanno attaccato addosso il nome di ravanello. Così è diventato don Rafaniello. Non sa neanche lui da quanti anni sta al mondo.

E Maria che glisconvolge i sensi: lo spia nel buio delle scale, lo tocca, lo bacia e gli insegna l’amorecon quella sola frase “m’importa di te”

Per ultimo il bumeràn che alla fine avrà quasi vita propria, farà giustizia  e volerà via. Come volerà via anche Rafaniello con le sue ali, finalmente liberate dalla sua gobba.

Mario Mirelli ci parla di una Napoli agli inizi degli anni Sessanta con le sue povertà, gli odori, la vita e i sogni e dove “ la morte non si vergogna di niente”.

Anna Bruna Gigliotti

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