Mer. Apr 17th, 2024

C’erano i ragazzi che saltavano i gradoni della Maddalena* cercando nelle gambe il passo più lungo e schiamazzando tra un piccolo insulto e una presa in giro, agitavano sulle loro teste rami d’ulivo scippati dagli alberi. Chi arrivava per primo forse ne avrebbe venduto qualche rametto in più davanti al sagrato della  cattedrale e alla gente che avesse chiesto:

  – “ E’ benedetto?”- avrebbero risposto

– “Sì proprio adesso l’abbiamo portato dalla cesta sull’altare!”

Chi comprava lo sapeva che era una bugia, ma chissà, pensava che Dio benedisse comunque quelle piante offerte dalla intraprendenza di un monello che  ridacchiando faceva correre dalle mani nelle tasche, gli spiccioli guadagnati.

Come dire, Dio me li ha dati … con quel che ne consegue.

C’era il salire di corsa e c’era poi il discendere lentamente le scale che portavano alla piazzetta ancora seminata di piccole foglie verde argento, cadute durante la benedizione del mattino, quando era usanza levare al cielo i rami di ulivo e di palma intrecciata.

Quel levare, gioia del parroco, era già un cercare la benevolenza divina nell’aria pungente del vento di primavera,  appena riscaldata dai  raggi di un sole giallo chiaro e ancora piccolo.

C’erano i vestiti della festa e le scarpine bianche, una vera beatitudine ma anche una iattura per le bambine più che mai bambole attente a camminare.

Chissà com’era essere maschi!

Ma i maschi non avrebbero mai saputo come era bello il sacrificio che ti fa sentire che è un giorno diverso.!

C’erano i cori della messa solenne e c’erano i profumi che facevano le scale.

Un pò più su, un esaltante profumo di ragù, un po’ più giù, esalavano gli aromi  dei capretti circondati da patatine novelle dorate e cosparse di  rosmarino, e lì, nella grande curva dove cinque gradini facevano poi restringere la scala di pietra, aleggiava un penetrante profumo di frittelle di baccalà. Ancora qualche gradino più su, i fumi delle braci su cui sgocciolavano carciofi arrostiti ripieni di lardo battuto con aglio e prezzemolo, si mescolavano a quelli degli arrosti marinati accompagnati dalle fette di pane abbrustolito. Dappertutto, vapori fumi profumi, ma da ogni porta ad ogni finestra, andava a riempire il palato e non solo le narici, un dolcissimo aroma di vaniglia misto ad acqua di fior d’arancio, di frutta candita, di grano imprigionato tra le grate della pasta frolla. La pastiera, ecco cos’era, la pastiera,  che univa tutte le case, ma quella che si mangiava una volta l’anno, soltanto nel periodo pasquale.

E Maria ?

Maria e i suoi cinque fratelli, ascoltavano il frusciare della palme, annusavano i profumi della festa, sentivano i cori e assistevano così alla domenica delle palme, senza viverla, così come si guarda un film in tv,  spettatori  coinvolti ma non protagonisti…

Nel naso ci stava tutto, l’aria frizzante della primavera, gli odori e i profumi della domenica ma nella pancia il nulla.       

E così, erano stati mandati a letto, Maria e i suoi cinque fratelli, per non vedere le palme, per non sentire i cori, per non soffrire un digiuno che se va bene per il venerdì santo, è quasi un sacrilegio nella domenica di festa.

Il padre pescatore di Maria, aveva tirato su le reti vuote. Non ce n’era per nessuno.

Quel giorno è passato senza cibo, senza festa. Oggi Maria,  fa festa tutti i giorni, perché ringrazia Dio di ciò che ha, non ha dimenticato la fame e racconta a tutti quella domenica senza niente, sentendosi ricca.

Forse come oggi, ne ha riso anche allora.

Mentre mi racconta la storia, suonano le campane. Maria si segna.

-“ Avete visto ? E’ la voce di Dio che non dico bugie ! Ce lo dico sempre ai figli miei.”

 –“ Mammà ma è o’  vero ? ” *

– “E’ vero, comme se è o’ vero, ma che vulimmo fà … oggi… oggi magnammo. E vuie nun putite capì.”

– “Signò! Vuie scrivite, accussì nun s’o scordano maie”.

Riporto le sue parole così come mi sono arrivate alle orecchie, senza pretese di perfezione dialettale e affinché io possa avere nella mia casa quel profumo antico e sempre attuale, Maria mi detta l’autentica ricetta della pastiera. A modo suo credo voglia passarmi un testimone.

Per la pasta frolla occorrono:

Gr. 500 farina,

Gr. 250 zucchero

Gr. 250 burro o strutto

3 uova intere,

Un bicchierino piccolo di marsala

(ma la pasta deve essere lavorata poco..)

Per il ripieno:

 Versare 200 grammi di latte in una terrina in cui avremo mescolato

 7oo grammi di grano cotto

 7oo grammi di ricotta freschissima

 7oo grammi di zucchero.

Aggiungere 7 uova intere e 3 tuorli, 2 bustine di vanillina, una fiala di fior d’arancio, il succo di una arancia.

Imburrare una teglia foderandola con della farina mescolata a dello zucchero (poco), stendervi tre quarti della pasta frolla e versare il ripieno.

Decorare la teglia così riempita, con una griglia di pasta frolla.

Infornare a 160° gradi, lasciando che il profumo della pastiera  cuocendo, si diffonda in tutta la casa  e…

 Aspettare che arrivi la Pasqua.

* la Maddalena è la cattedrale di Atrani sulla costiera amalfitana

*  -Mamma, ma è vero?

–  Certo che è vero!, ma cosa vogliamo fare,  oggi mangiamo e voi, non potete capire

– Signora, lei scriva, così non lo dimenticano mai

Tratto dal libro: “Le ricette raccontano” di Nadia Farina

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