Mer. Giu 19th, 2024

Quella tua maglietta fina

tanto stretta al punto che

mi immaginavo tutto

e quell’aria da bambina

che non gliel’ho detto mai

ma io ci andavo matto

[…]

Mi manca da morire

quel suo piccolo grande amore

adesso che saprei cosa dire

adesso che saprei cosa fare

adesso che

voglio un piccolo grande amore

Queste strofe appartengono ad una delle più romantiche, zuccherose, sentimentali canzoni degli anni ’70. “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni.

Chi non è proprio di primo pelo, non può non averla canticchiata per giorni e giorni, fino a non poterne più, cambiare registro, e se mai ripescarla dopo un po’ di anni, quando la nostalgia si fa carogna. Il cuore allora cerca appigli a cui aggrapparsi e costruire narrazioni di quei tempi in cui tutto era meraviglioso e, aggiungerei, magicamente, straordinariamente possibile.

Avviene che ci siano dei momenti o ricorrenze forse un po’ banali, come quella di San Valentino, da poco trascorsa, in cui ci abbandoniamo  ai ricordi. Sciogliamo i nodi che ci tengono stretti alla quotidianità di donne e uomini vissuti e in qualche modo più o meno solidi e carichi di esperienza, e ci lasciamo andare ad una certa mollezza dei sentimenti.  Di nascosto, come se ce ne vergognassimo, tiriamo fuori dal cassetto un raccontino, quasi un pensierino, che ci ricordi di quanto fosse bello, in fondo, sentirsi innamorati in quel modo e PER SEMPRE.

Allora eccolo il mio ricordo da condividere e che mi fa tornare, come per magia, nella mia Napoli anni ‘70:

Si stava avvicinando il giorno di San Valentino.

Correvo in fretta, quella mattina. Percorrevo via Spaccanapoli che già pullulava di gente.

In alto le lenzuola penzolavano sulla mia testa come vele bianche che si portavano via i sogni della notte da poco trascorsa. Un cielo carico di meraviglia, di cose vissute in vite parallele. Di segni premonitori da raccontare, condividere. Su cui ricamarci pronostici e destini.

La nostra meta era l’Università Federico II ed io come sempre ero in ritardo.

Anzi noi due: io e mia sorella. Lei se la prendeva sempre comoda, trascinando me, a seguito.

Appena uscite dalla stazione di Montesanto, si era fermata a comprare qualche sigaretta da Maddalena. Poi se n’era accesa una, tanto per iniziare la giornata con una bella boccata di fumo di Marlboro rossa, e ora mi aveva raggiunto festosa e con l’intenzione malvagia di rompermi le scatole, soffiandomi il fumo in faccia con l’intento di corrompermi.

Io non cedevo per niente.

Avrei resistito alle torture come Prometeo incatenato. Che si divorasse pure tutto il mio fegato pieno di bile! Ormai ero quasi arrivata alla meta finale: un sottile cerchietto smerigliato per l’anulare del mio fidanzato! (La rima è del tutto casuale, naturalmente).

Nostro padre ogni mattina ci dava un gruzzoletto per ciascuna, che ci sarebbe servito per il pranzo alla mensa universitaria, per la cumana di via Epomeo  che, per chi non lo sapesse, è il trenino che collega la zona dove abitavamo a Montesanto, e per qualche sigaretta.

Scese dal trenino, raggiungevamo a piedi l’Università, come maratonete. Certo che il percorso non era di poco conto, per cui lungo il tragitto ci si fermava per una pausa “caffè e sigaretta”.

Io avevo deciso di non fumare per il tempo necessario a raggranellare il prezioso tesoretto che mi avrebbe permesso di comprare quel regalo che mi era costato tanto sacrificio. 

Ormai ero al limite di una crisi di astinenza. La mia resistenza alle provocazioni era giunta quasi al lumicino. Oggi avrei spaccato il salvadanaio e avrei contato il gruzzolo accumulato moneta su moneta.

La lezione era finita. Il pranzo saltato per una certa previdente oculatezza. Il ritorno a casa con le ali ai piedi, insieme a mia sorella che sbuffava fumo come la ciminiera di un treno a vapore.

Una volta arrivate, ci chiudemmo nella nostra cameretta e naturalmente volle essere lei la vestale del rito, quindi, afferrato il martello, colpì il salvadanaio di terracotta con un colpo di grazia.

Fu uno scintillio di stelle di metallo.

Un gorgoglio di voci argentine. Un tripudio di attese.

Alla fine raccogliemmo e contammo.

Non erano abbastanza e piansi.

Mia sorella rideva accanto a me ed io la guardavo feroce, non riuscendo a comprendere il perché di tanta inumana crudeltà.

Poi lei si alzò fiera, si accese una sigaretta, mi soffiò il fumo in faccia e aprì il cassetto della sua scrivania. Anzi della nostra, ma che aveva reso di sua proprietà, riempiendola di cose improbabili ma altrettanto intoccabili.

Era di spalle. Poi si girò con un sacchetto in mano. Avanzò in una nuvola di fumo come una divinità scesa or ora dall’Olimpo e mi consegnò il pacchetto in mano.

“Per te!” mi disse,”  E’ il mio regalo di San Valentino.

Contammo il contenuto e aggiungemmo ridendo le restanti monete necessarie all’acquisto.

Il resto del tesoretto?

Naturalmente finì in FUMO!

Anna Bruna Gigliotti

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