Mer. Ott 20th, 2021

Una parola, nata circa 2500 anni fa in Grecia, ha attraversato i secoli, si è affermata progressivamente dalla fine del ‘700 ed è giunta nella società contemporanea carica di una tale valenza positiva, da farne uno dei termini più utilizzati ed apprezzati, noto pressoché a tutti, almeno nel suo significato letterale: Democrazia, “governo del popolo”.

Ma cosa si intende realmente per “democrazia” e quali caratteristiche essa tende ad assumere in seguito all’attuale espansione della rete in ogni aspetto della vita pubblica e privata?

Nel 1976 il filosofo Norberto Bobbio la descrive come un insieme di “regole del gioco”: il suffragio universale, la libertà nell’espressione del voto, il principio della maggioranza numerica, il rispetto dei diritti della minoranza, compreso quello di diventare maggioranza.

Dunque gli attuali sistemi democratici, nati dopo la conquista delle libertà personali e il riconoscimento dei diritti dell’uomo e del cittadino,  a partire dalla seconda metà del ‘700, sono fondati sul principio della “rappresentanza”:  il titolare della sovranità, l’insieme dei cittadini, elegge i propri rappresentanti, delegati a esprimerne la  volontà. Le moderne democrazie si distinguono in “regimi presidenziali” (come negli USA), in cui il Capo dello Stato, eletto dai cittadini, è anche capo dell’esecutivo, e “regimi parlamentari” (come in Italia), in cui il Capo dello Stato ha ridotte, ma importanti competenze, e l’esecutivo ha bisogno della fiducia del parlamento.

Se poi si tiene conto del sistema elettorale, maggioritario oppure proporzionale, si avrà una “Democrazia maggioritaria”, la più diffusa, in cui l’elettore sceglie tra due partiti quale mandare al governo, e una “Democrazia proporzionalistica”, in cui, a causa del pluralismo partitico, le maggioranze si formano a elezioni avvenute, attraverso la coalizione dei gruppi parlamentari. Nel primo caso il partito vincitore delle elezioni si assicura la netta maggioranza e quindi la stabilità governativa, anche se risulta penalizzata la rappresentanza di tutte le componenti della società civile. Nel secondo caso, invece, si determina una minore stabilità governativa, ma  una maggiore rappresentanza delle suddette componenti .

A partire dal 1993 in Italia il  sistema è quasi maggioritario, poiché la legge elettorale mantiene un 25% di quota proporzionale. Nel nostro Paese non si è venuto a creare un sistema bipartitico, bensì bipolare, che ha permesso ai partiti minori di sopravvivere. Essi, pur  essendo “minori”, esercitano un forte peso sulla stabilità governativa, attraverso il sistema dei veti o dell’abbandono della coalizione.

Paradossalmente, però, le caratteristiche che tendono ad assumere i sistemi democratici negli ultimi due decenni, creano una apparente somiglianza con il modello di partenza, ovvero la “democrazia diretta” dell’antica Atene, in cui il titolare della sovranità esercitava anche il potere. Infatti il cittadino partecipava direttamente alle decisioni collettive nell’assemblea. Sebbene la democrazia diretta non si possa realizzare nei grandi Stati nazionali, se non attraverso l’istituto del referendum, a  cui si  ricorre  in casi eccezionali, essa tuttavia è la tentazione dei movimenti nascenti, in cui si registra un elevato entusiasmo di partecipazione diretta, che rifiuta la delega.

La diffusione tentacolare della rete aiuta ad alimentare l’equivoco riguardo alla possibilità di attuazione della democrazia diretta. E’ quanto afferma già nel 1993 il massimo politologo vivente, Giovanni Sartori, nel suo saggio “Democrazia. Cosa è”. Infatti le attuali tecnologie consentono di creare una “piazza telematica”, capace di contenere milioni di cittadini. Saremmo dunque in presenza di un’espansione della democrazia, la “democrazia digitale” appunto, che garantirebbe la partecipazione diretta del cittadino alle decisioni, rispetto a quella attuale di tipo rappresentativo.

Sartori, però,  sostiene che questo nuovo sistema risulta “impoverito”. Esso infatti aumenta i rischi di manipolazione e di imbroglio. Al “cittadino”, seduto in piena solitudine davanti al monitor del suo computer, arrivano le questioni (preconfezionate). Egli risponde con il sì o con il no, come per un referendum, in base al suo grado di maturità civica e politica. Poiché non si ha  una interazione in presenza tra soggetti politici, vengono meno la  discussione reale e la conseguente negoziazione, finalizzate all’approvazione di decisioni in cui tutti gli interessati siano avvantaggiati (come accade almeno nei sistemi democratici ben funzionanti). Invece la “democrazia digitale” produce decisioni in cui chi vince, vince tutto, e chi perde, perde tutto. Ciò nel tempo aggrava le condizioni di conflitto sociale, risultato contrario a quanto ci si propone in partenza: ascoltare le istanze di tutti (e cercare anche di soddisfarle?) .

L’analisi di Sartori non è accettata dai teorici della “democrazia digitale”, come quella ideata da Casaleggio.

 Fermo restando che la rete è uno strumento di circolazione di idee e notizie che altrimenti potrebbero rimanere ignote a un elevato numero di persone, la funzione di mediazione tra i cittadini e lo Stato è propria della politica, almeno di quella politica che agisce al fine di giungere a soluzioni che tengano conto degli interessi di tutti.

Ludovica Ascione

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