Ven. Set 17th, 2021

 Normalmente, un malore improvviso calamìta partecipazione, spirito di solidarietà, interesse, curiosità, consigli. E non c’è persona presente, che non senta il bisogno di raccontare una esperienza analoga vissuta o raccontata o sentita raccontare da altri. Il malore insomma, attira il prossimo che diventa protagonista nella sofferenza altrui.

 La breve malattia, per chi la vive, è un momento diverso, anche se doloroso fisicamente, non coinvolge la psiche e stimola alle volte, il raccoglimento e la meditazione. La convalescenza poi, è dolce e benefica.  Gli amici e i parenti, vicini al malato breve, sono generalmente disponibili e premurosi, recano piccoli pensieri che donano ancora una volta, con le raccomandazioni, i consigli e i racconti di esperienze vissute e non. 

 La malattia, quella vera, cronica, è vista all’inizio come una lunga ombra sul malato, incute angoscia, dà tristezza, in casi gravi coinvolge nel dolore.    Poi lentamente, la preoccupazione diviene personale, il nervosismo serpeggia, il disagio impera e i racconti, inevitabili, sono di come hanno vissuto la malattia, non il malato, ma chi gli era accanto. E il lungo cammino della malattia si fa triste, solitario, e alla comprensione viene sbattuta in faccia la porta dell’egoismo e dell’istinto di sopravvivenza. Né si faranno compagnia due malati cronici, chiusi ciascuno nella sua faticosa esperienza.                                         

Solo una grande generosità, può regalare “la malattia” come momento di crescita, di miglioramento, farla diventare un tesoro, un esempio, non soffocando negli altri la necessità della lamentazione. 

Ma questo ha odore di santità… 

All’improvviso poi, scoppia un evento che coinvolge l’umanità intera, dove la malattia non permette condivisione fisica, non si può stare vicino al malato, che anzi, diventa un potenziale nemico. Una malattia che a volte viene tenuta nascosta a meno che non presenti sintomi inequivocabili e pericolosi. Una malattia che divide affetti, di cui ci si lamenta, ma sempre in modo impersonale, mentre invece, tutti avrebbero una soluzione e mai come in questo caso, le medaglie mostrano anche il rovescio. “la scuola va chiusa-  la scuola si deve aprire-  i negozi e le attività non possono chiudere- i negozi e le attività devono stare chiusi…” e per ciascuna opzione, le giuste obiezioni, le giuste ragioni. Mentre la paura serpeggia anche sul filo del telefono, si muovono onde di insicurezza, di negazione del futuro, di depressione e la povera umanità non ha più voglia di parlare, di confortare, di raccontare quello che ritiene essere un fatto molto personale, ha timore di diventare un untore, un appestato. Lo può fare solo se è sicuro di non avere avuto contatti né di persona, né tra i possibili conoscenti. 

Una malattia quindi, disumana e disumanizzante. Mors tua vita mea.  E allora, non possiamo imparare nulla da questo terrificante e drammatico evento? Non saremo certamente più gli stessi, avremo più ansie, forse, per lungo lunghissimo tempo, saremo ancora diffidenti l’uno verso l’altro, ma una cosa l’avremo imparata certamente, ad essere più consci del dono della vita, a guardarci vivere e non a sopravvivere, a godere di quel poco di cui abbiamo realmente bisogno, (di quante cose abbiamo serenamente fatto a meno nei periodi di lockdown e di solitudine forzata), di quali sono gli affetti importanti, le persone che veramente ci sono mancate. Siamo diventati all’improvviso più ricchi di consapevolezza. E come in tempo di guerra i nostri nonni, da sfollati si portavano dietro un carretto con i loro beni, pochi e preziosi per necessità ed affetto, noi avremo trovato le vere ricchezze da consegnare al futuro. 

Nadia Farina

La foto è di un’opera di Nadia Farina – Lo scoppio

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