Sab. Ott 16th, 2021

Urla e biancheggia il mar evoca il poeta, quando le onde si scagliano sugli scogli imbiancando di candida spuma il nero della roccia e mentre l’onda la copre e la scopre al suo passare,  la forza e la dolcezza in contrasto ed in lotta tra loro, raccontano del naturale corso della natura.

Urla la terra, quando il terremoto la stravolge, per ricordare al mondo che le sue vene sotto pelle sono radici dell’Essere che esiste solo se lei vive.

Urla Michael Corleone ne Il padrino. Un uomo gelido e crudele, che vive tra delitti e misfatti, che ritrova però umanità in un abbraccio amorevole, tenero e disperato, per la figlia uccisa da chi come lui, ha vissuto e vive nel male. L’urlo più silenzioso e lacerante che il cinema abbia mai raccontato.

Urla Munch nel suo celeberrimo quadro, “ ho avvertito un grande urlo ho udito, realmente, un grande urlo – i colori della natura – mandavano in pezzi le sue linee – le linee e i colori risuonavano vibrando – queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare ma imprimevano altrettante oscillazioni alle orecchie – perché io realmente ho udito quell’urlo – e poi ho dipinto L’urlo. “Aiutato dalla forza dei colori contrastanti,  urla tutta la sofferenza, l’angoscia e la mancanza di appoggio alla concretezza della vita che pare perdersi in un’eco fiammeggiante. Terribile e sconvolgente il dipinto,  ma un monito a guardarsi dentro, a non perdersi, a meditare sul dove appoggiare i piedi nel peregrinare nella vita.

Urla l’invincibile  Superman nel momento supremo, l’urlo che non accetta sconfitte,  mentre lui, paladino del bene, ingaggia una lotta furiosa con il male.  Moriranno ambedue, ma Superman rinascerà sotto altre vesti perché il bene non può morire.

Urla il gabbiano, quando trasforma il garrito in un suono stridulo e insistente mentre conquista il cielo e si perde nell’orizzonte, mentre vola lontano senza imbarazzo tra gli sguardi della gente che lo cercano tra la schiuma del mare e le nuvole del cielo.

Urla Tarzan nella jungla, mentre salta da una liana all’altra, tra i baluginii del sole ed il buio di un fitto fogliame stringendo tra le mani l’unico appiglio alla salvezza, e diventa simbolo di libertà conquistata con fatica, con voli astratti e concreti.

Urla l’uomo nel dolore cupo, nella disperazione nera, urla per rabbia, urla per liberare il cuore da un peso che il cuore non può contenere. Urlano  i paracadutisti quando si lanciano nel vuoto, e non a caso urlano Geronimo, per rammentare il coraggio degli indiani sul piede di guerra mentre affrontano il nemico che vuole annientarli.  Geronimo,  forse, l’unico urlo che dica qualcosa, perché l’urlo non ha un nome , è solo un suono, un terribile suono che libera l’uomo dalle angosce, dalle paure del vivere e del futuro ignoto.

Ed ha urlato, il padre di Sondrio, che in piena pandemia, a mò dell’urlo di Tarzan, sul balcone, ha urlato per infondere coraggio alla figlia, piccola e spaventata, ha urlato a squarciagola, imitato da uno e poi un altro e un altro ancora. E urlano in tanti…

Ma perché urlare? l’urlo è un grido forte cupo e prolungato di animale, scriveva Boccaccio, un acuto grido umano, per lo più forte e prolungato. Diceva Dante. Urlare, nasce da ululare, proprio dei lupi, che urlano il canto alla luna. Animali che proclamano il loro esistere.

Urla la madre nel travaglio, inebetita e confusa tra gioia e dolore.

L’urlo, affermazione di vita. Chi urla è ancora capace di sentire.

Nadia Farina

La foto è di un’opera di Nadia Farina: L’Urlo del mare

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