Gio. Ago 5th, 2021

I giovani vivono attualmente una condizione di malessere che va ben oltre le crisi esistenziali tipiche dell’adolescenza. Spesso non ne sono nemmeno consapevoli, o non sono in grado di descrivere il disagio, immersi in un desolante analfabetismo emotivo, in cui non riescono a riconoscere e nominare sentimenti ed emozioni. In un orizzonte che manca di prospettive per il futuro, che si presenta in tutta la sua imprevedibilità, scoraggiando ogni iniziativa o entusiasmo, viene meno la possibilità di sviluppare il motore della passione. Pensieri e idee non possono essere trasformati in stili di vita, mancando le opportunità per la loro materializzazione fisica e sociale, dunque meglio non averne! La famiglia si allarma ma non sa cosa fare. La scuola, concentrata su aspetti performanti e poco attenta a coltivare tratti essenziali dell’esistenza, non riesce più ad essere sufficientemente motivante. La società li emargina, considerandoli inutili ed insignificanti, li accusa di quella mancanza di impegno e motivazione che essa stessa non riesce a generare, attribuendogli la colpa dell’essere privi di mete e ideali, e collocandoli in situazioni di parcheggio, nelle scuole e università prima, nel precariato lavorativo poi, che li priva di significanza sociale.  Il mondo del lavoro, nell’età della tecnica e dell’economia globalizzata, sottrae le dimensioni creative ed operative, trasformando in semplici esecutori, in cui i soli criteri di riferimento sono efficienza e produttività. In questo deserto relazionale si sviluppa un individualismo esasperato, fatto di egoismo, arrivismo, desiderio di acquisizione di ricchezza e potere, che si traduce in profonda solitudine, in quel vuoto che i ragazzi cercano di riempire con esperienze forti, in grado di suscitare un minimo di emozioni, e/o con sostanze, che riescono, in qualche modo, ad anestetizzare la sofferenza. Il mercato sfrutta questa condizione, dirottando i loro bisogni su consumo e divertimento; induce a vivere il presente con la massima intensità, consumando l’attimo, in modo da alleviare l’angoscia del vuoto di senso nel quale vivono, promuove il denaro come unico possibile generatore simbolico di valori, fomentando la pratica di una vita apatica e dispersiva. Smarrimento ed inquietudine, che accompagnano la percezione di assoluta mancanza di riferimenti certi e di reali fondamenti, sfociano in angoscia e panico, finendo con il paralizzare finanche la capacità di ribellione.                    Le profonde disgregazioni della famiglia generano nei giovani la disaffezione nei riguardi degli adulti, genitori compresi, lasciandoli crescere in un mondo ricco di stimoli ma profondamente turbato dalla mancanza di figure in grado di orientarli ed esortarli a coltivare sicurezza e fiducia, a sviluppare un senso critico del mondo. Sono giovani a cui è mancata e manca una risposta a bisogni fondamentali della vita, e che per questo, seppure dotati di normali potenzialità personali e sociali, non riescono a relazionarsi adeguatamente alle esperienze e al mondo esterno. i comportamenti giovanili sono risposte al modo in cui la collettività vive l’esperienza adulta. La società in cui vivono i giovani è quella che noi adulti abbiamo creato e continuiamo a sostenere: una società priva di una struttura educante, che dopo averli privati di aspettative e speranze, li abbandona al proprio destino, sperando e pretendendo che se la cavino da soli. Una società che si aspetta, dai giovani, un senso di responsabilità, che non ha in alcun modo inculcato. Gli adulti dovrebbero adoperarsi, ma purtroppo sono essi stessi orientati ad una forma di rassegnato realismo; si focalizzano sugli effetti del disagio giovanile, come droga, violenza, devianza, inoperosità, alimentando il timore del futuro e svilendo le potenzialità insite nella giovinezza. I genitori dovrebbero tornare ad assumersi una responsabilità educativa che inizia proprio dal credere fermamente nel proprio compito, riconoscendone il valore fondamentale per lo sviluppo dei figli, nella convinzione che, per quanto la società interferisca con la loro funzione, rendendone complicato l’esercizio, sono l’educazione, l’amore, e le cure genitoriali, a costituire l’impalcatura della vita.   Quando collassa un sistema di valori, senza che un altro, davvero valido, si sostituisca ad esso, in una comunità sopraggiunge uno stato di estrema criticità. Il disagio allora non appartiene all’individuo, non è soltanto disagio psicologico ma anche e soprattutto disagio culturale. La nostra è una società inquieta perché in continua trasformazione, e per questo genera un grande senso di instabilità. Un genitore insicuro e disorientato fa fatica ad aiutare i propri figli a scoprire l’autentico significato del vivere, in un braccio di ferro con una mentalità sociale, che finisce con l’appartenere agli stessi figli. Ma è un impegno al quale non ci si può sottrarre. Educare all’autentica libertà è insegnare che sono i valori a dover regnare, per condurre la propria vita nella realizzazione di sé. Sono i valori a dare ragione del significato della vita, a rispondere al bisogno di giustificare il proprio vivere, ed il proprio agire. La rassegnazione dei giovani è la triste eredità che gli adulti, con il loro realismo da generazione che ha visto tradire valori e ideologie, e infrangere i propri sogni, hanno loro consegnato. Ma la mancanza di certezze e l’incompiutezza della propria esistenza, possono trovare altre letture, accompagnando ad una più profonda consapevolezza della vita. La comprensione della precarietà può diventare una spinta alla scoperta della propria dimensione spirituale, stimolando una revisione critica delle basi dell’identità, svincolata da ruoli sociali e appartenenze geopolitiche. Una corrente riflessiva che, seppure tra difficoltà e contraddizioni, rappresenta l’unica opportunità per ridisegnare le mappe trasmesse dalle precedenti generazioni, nel tentativo di tenere accesa la speranza in questo scenario esistenziale.  Rimanere concentrati sui valori perduti o sull’utopia di un futuro, ispirato a modelli di riferimento ormai obsoleti, non è di alcuna utilità. Bisogna pensare ad un’altra vita possibile che tenga conto della realtà concreta degli uomini e del mondo, e parta da questa, per ridisegnare una progettualità possibile, nella sfida temeraria della vita così com’è.

Nunzia Manzo

 

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