Gio. Ago 5th, 2021

Non tulit infelix laqueoque animosa ligavit
guttura: pendentem Pallas miserata levavit
atque ita “vive quidem, pende tamen, inproba’ dixit,
‘lexque eadem poenae, ne sis secura futuri,
dicta tuo generi serisque nepotibus esto!’”
Post ea discedens sucis Hecateidos herbae
sparsit: et extemplo tristi medicamine tactae
defluxere comae, cum quis et naris et aures,
fitque caput minimum; toto quoque corpore parva est:
in latere exiles digiti pro cruribus haerent,
cetera venter habet, de quo tamen illa remittit
stamen et antiquas exercet aranea telas.

La poveretta non lo tollerò, e corse impavida a infilare il collo in un cappio. Vedendola pendere, Pallade ne ebbe compassione e la sorresse, dicendo così: “Vivi pure, ma penzola, malvagia, e perché tu non stia tranquilla per il futuro, la stessa pena sia comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti!” Detto questo, prima di andarsene la spruzzò di succhi di erbe infernali, e subito al contatti del terribile filtro i capelli scivolarono via, e con esso il naso a gli orecchi; e la testa diventa piccolissima, e tutto il corpo d’altronde s’impicciolisce. Ai fianchi rimangono attaccate esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia, ma da questa Aracne riemette del filo e torna a rifare -ragno- le tele come una volta.

Ho riportato la parte finale del mito di Aracne, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio,  per la grande potenza evocativa della narrazione che ci rimanda ad un mondo lontano, ma a noi prossimo.

Aracne è stato l’uomo antico e lo è tuttora quello moderno nella sua volontà di superare i propri limiti. Una sfida continua che spesso lo ha danneggiato ma che lo ha reso sempre più capace, nel bene e nel male, di “tessere la sua stessa storia”.

Il mito narra  di una fanciulla della Lidia, Aracne, figlia del tintore Idmone, molto conosciuta per la sua abilità di tessitrice. Consapevole della sua bravura, presa da superbia, ebbe l’audacia di sfidare Atena in una pubblica gara. La dea accettò.

Nella tela di Atena erano rappresentate le grandi imprese compiute dalla dea ed i poteri divini che le erano propri; Aracne invece raffigurava gli amori di alcuni dei, le loro colpe ed i loro inganni.

Certo che Aracne non risparmiava niente agli dei! Sicura della sua Arte, li rappresentava nelle loro “umanissime” debolezze.

In questo suo atteggiamento così sprezzante c’è comunque il grande coraggio, riconosciuto e in un certo senso perdonato.

Atena non poteva ammettere la sconfitta. Non era nel Dna della dea l’abiura e il riconoscimento della superiorità umana in nessun campo, per cui distrusse la tela e colpì il capo della povera Aracne con una spola di legno. La poveretta umiliata e terrorizzata tentò di impiccarsi.

E qui il colpo di scena, e aggiungerei di genio, di Ovidio, ma in verità del mito greco.

La Pietas muove l’animo del vincitore verso più blande risoluzioni. E’ come salvare capre e cavoli e non rimetterci la faccia.

Atena la salvò e la condannò nello stesso istante: Aracne fu trasformata in ragno e destinata in eterno a tessere la sua mirabile tela.

Che meravigliosa visione quel costrutto lieve!

E’ impossibile non cadere vittime della sua fascinazione. E, come si vede, anche gli antichi, che del creare immagini simboliche erano maestri, lo furono.

Aracne comunque nel tempo si è presa la sua rivincita.

Interessanti tessili archeologici, fortunosamente giunti fino a noi, dimostrano che dalla notte dei tempi l’uomo ha utilizzato l’intreccio ortogonale ordito-trama per ottenere manufatti adatti a soddisfare le più diversificate esigenze di rappresentazione simbolica, di espressione estetica, di uso pratico.

Secondo Democrito, era stato il ragno che aveva insegnato all’umanità l’arte della tessitura: “Noi siamo stati discepoli delle bestie nelle arti più importanti: del ragno nel tessere e nel rammendare, della rondine nel costruire le case, degli uccelli canterini, del cigno e dell’usignolo nel canto, con l’imitazione”.

Per Plutarco inoltre la tela del ragno era modello di perfezione e diventava il simbolo della laboriosità della donna.

E non finisce qui la sfida vittoriosa di Aracne!

C’è chi, di fronte ai capolavori di tessitura del ragno, elabora idee rivoluzionarie.

E’ il caso di Shigeyoshi Osaki, un ricercatore della Nara Medical University in Giappone, che ha ricavato dalla seta di ragno delle corde di violino molto resistenti e straordinarie.

Per non parlare poi della Cinematografia e della Letteratura che hanno reso protagonista di film e racconti questo straordinario animaletto per alcune sue peculiarità.

A tal proposito i ragni della famiglia Gnaphosidae preferiscono “sparare” la ragnatela direttamente sulle prede, che restano invischiate. Forse Spider-man si è ispirato a loro.

Vorrei terminare questo mio articolo con una poesia della meravigliosa Emily Dickinson

che descrive nei suoi versi questa creatura in modo sublime, tratteggiandone forma e respiro.

 

 

Tiene il ragno un gomitolo d’argento

con due mani invisibili

e in una danza dolce e solitaria

sdipana il filo di perla.

Di nulla in nulla avanza

col suo lavoro immateriale.

Ricopre i nostri arazzi con i suoi

nella metà del tempo.

Gli basta un’ora ad innalzare estreme

teorie di luce.

Pende poi dalla cima di una scopa,

dimenticando ogni sua sottigliezza.

 

 

 

Anna Bruna Gigliotti

 

 

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