Il conformismo e il servilismo non si giustappongono semplicemente come due vizi distinti del comportamento sociale. Essi si dispongono, piuttosto, lungo una stessa traiettoria di degradazione della sovranità interiore, nella quale il primo costituisce la forma diffusa della rinuncia, e il secondo la sua cristallizzazione strutturale, il punto in cui la rinuncia smette di essere tattica e diventa liturgia quotidiana.
Il passaggio dall’uno all’altro non avviene mai per frattura evidente, perché nessuno (o quasi nessuno?), nella propria esperienza soggettiva, decide improvvisamente di diventare servile; esso si produce invece per accumulo di micro-adattamenti, ciascuno dei quali appare irrilevante preso singolarmente, ma che nel loro insieme ridisegnano lentamente la soglia del dicibile, del pensabile e infine del desiderabile.
In questa prospettiva il conformismo funziona come una pedagogia implicita: insegna che la divergenza ha un costo, che l’attrito produce esclusione, che la complessità non è sempre redditizia in termini di riconoscimento; e proprio attraverso questa educazione silenziosa, l’individuo impara a precedere il mondo (il suo mondo, per quanto piccolo e insignificante sia) nel suo giudizio, anticipandolo, interiorizzandolo, fino a farlo coincidere con la propria stessa voce.
Il servilismo emerge quando questa anticipazione non è più percepita come tale, ma come trasparenza del reale: quando cioè il giudizio altrui non viene più immaginato come esterno, ma come già incorporato nella struttura stessa del proprio pensiero, al punto che obbedire non è più una scelta, ma una forma di coerenza interna. Il padrone è stato intoiettato.
Così il conformismo prepara il servilismo non perché lo imponga, ma perché lo rende plausibile; e il servilismo completa il conformismo non perché lo estremizzi soltanto, ma perché lo naturalizza, togliendogli perfino il carattere di gesto e trasformandolo in condizione.
Il conformismo chiede di somigliare per non essere esclusi, il servilismo insegna a non sapere più cosa significhi differire, divergere, cioè, banalmente: pensare.Ed è forse qui che la loro connessione diventa più inquietante: nel fatto che entrambi non eliminano il pensiero, ma lo rendono progressivamente compatibile con la sua stessa neutralizzazione, fino al punto in cui pensare e adattarsi smettono di essere distinguibili.
Alessandro Porcelluzzi