Sacro deriva dal latino sacer: ciò che è separato, inviolabile, sottratto all’uso comune perché portatore di un valore superiore. Il sacro esiste solo finché qualcosa resiste all’utile. Quando invece tutto diventa utilizzabile, il sacro scompare.
Per lungo tempo, la scuola è stata uno di questi spazi di resistenza. Separata dal mercato, dalla fretta, dalla prestazione, essa era un luogo in cui il tempo non era compresso ma disteso, e il sapere non doveva giustificarsi subito, non serviva subito. E proprio per questo (non: nonostante questo) formava.
Oggi questa separazione viene smantellata pezzo dopo pezzo. Non è un effetto collaterale: è il progetto: il modello 4+2, la riduzione dei tempi, l’ossessione per le competenze spendibili non sono semplici aggiustamenti. Sono la dichiarazione che la scuola deve finalmente servire al mercato, alle imprese, agli indicatori, e servire subito. Qui sta la rottura: il sapere viene messo al lavoro.
La compressione del tempo è il primo atto. Da cinque a quattro anni di scuola superiore per essere più veloci, più efficienti, più produttivi. Ma il sapere non accelera senza perdere. Tagliare il tempo significa tagliare la profondità, eliminare i ritorni, ridurre l’elaborazione. Si scambia la formazione con l’accumulo rapido di contenuti.
Poi vengono gli spazi. Gli hub formativi, presentati come innovazione, sono in realtà dispositivi di dissoluzione: sciolgono il gruppo classe, spezzano la continuità, rendono tutto mobile, intercambiabile. Ma senza stabilità non c’è comunità e senza comunità non c’è educazione. Il gruppo classe non è un relitto burocratico: è il luogo in cui il sapere prende corpo nelle relazioni, dove il conflitto e il confronto producono comprensione. Distruggerlo significa ridurre la scuola a un flusso di individui isolati.
E infatti il rapporto educativo si svuota. Il docente diventa erogatore, lo studente, utente. Il dialogo lascia il posto alla prestazione. La lezione, al modulo. La presenza, alla funzione.La chiamano innovazione. È, più semplicemente, una resa al deserto che avanza.
Sproloquiano di flessibilità, personalizzazione, adattabilità. Parole neutre, che coprono una scelta precisa: eliminare ogni vincolo, ogni lentezza, ogni spazio non immediatamente produttivo. Rendere la scuola totalmente disponibile. E ciò che è totalmente disponibile non è più inviolabile.
Così la scuola perde il suo carattere sacro e diventa un’infrastruttura del sistema economico. È ciò che, in termini habermasiani, può essere definito come una vera e propria “colonizzazione del mondo della vita”: le logiche del sistema – efficienza, prestazione, calcolo, utilità – invadono progressivamente uno spazio che dovrebbe restare sottratto.Il mondo della vita è lo spazio delle relazioni, del senso condiviso, della formazione non strumentale; il sistema è invece il dominio dei meccanismi impersonali, della produttività e dell’efficienza. Quando il secondo colonizza il primo, ciò che era esperienza diventa funzione, ciò che era relazione diventa prestazione, ciò che era formazione diventa addestramento.
Il passaggio è netto: dal sapere come fine al sapere come mezzo, dalla formazione alla funzione, dalla persona al profilo. Il punto non è essere contro il lavoro o contro il mercato. Il punto è la subordinazione totale. Quando l’unico criterio è l’utile, tutto il resto diventa scarto: il pensiero lungo, la complessità, la gratuità del sapere. E senza gratuità non c’è libertà.
Perché è nella distanza dall’utile che nasce la capacità di giudicarlo. È nel tempo sottratto alla produzione che si forma il pensiero critico. Se questo spazio viene chiuso, resta solo l’adattamento.
Profanare la scuola significa questo: cancellare la distanza.La domanda, allora, non è se la riforma continua, la malattia della riformite, funzioni. La domande è se siamo disposti ad accettare una scuola che non oppone più resistenza a nulla. Una scuola che non custodisce più nulla come inviolabile.
Quando tutto serve, nulla vale.E una società che riduce anche la scuola a funzione non ha semplicemente cambiato modello educativo: ha già deciso, senza dirlo, che il pensiero è un lusso superfluo.
Alessandro Porcelluzzi