Dom. Mag 26th, 2024

Quante vite corrono sul filo di un rasoio, storie di persone gettate ai margini dall’alcol e costrette a lasciare un futuro ricco di felicità solo per rincorrere un sogno che poi si rivela un incubo, il male di vivere, la malattia di cui hanno sofferto tante persone, questa è la storia di una di loro:

 Era notte e una splendente luna rossa illuminava Parigi ricoperta da un candido velo di neve bianca. Amedeo Modigliani tornava a casa, con la sola compagnia della sua “amica” bottiglia di vino rosso, di quello che dà l’illusione di un po’ di calore, di quello che scalda il sangue come il tenero abbraccio di una calda amante. Camminava Amedeo e i pensieri gli giravano per la testa e la strada insieme con loro. Camminava Amedeo barcollando prima a destra e poi a sinistra, in uno strano ballo urtava di tanto in tanto il signor muro e il signor albero, allora si toglieva il cappello, faceva un profondo inchino, diceva <<pardon>> e proseguiva per la sua strada. Camminava Amedeo ma il passo era sempre più incerto e i pensieri meno nitidi, così urtò il signor marciapiede e cadde rovinosamente a terra, la bottiglia rotolò via lontano ricoprendo la bianca neve di un rosso rossissimo liquido. Amedeo si trovò appoggiato ad un lampione e subito vi riconobbe la sua bottiglia dal lungo collo e poi una donna dal lungo lunghissimo collo, allora l’abbracciò e la baciò, e lì dietro la spalla vide un rosso pennello e poco più avanti sulla neve un rosso rossissimo fiocco, <<un regalo>> pensò Amedeo, un regalo della sua nuova amante; allora allungò una mano, raccolse il suo pennello, lo strinse forte al petto e lo ricoprì di baci. Si alzò Amedeo, dal braccio cadevano giù tante goccioline rosse del suo rosso sangue, raccolse le sue forze Amedeo e proseguì il suo cammino. Era la sua ultima notte.

Dopo quella notte la Montmartre dei tempi di Modigliani respirava a pieni polmoni. Dall’alto del Sacré-Coeur, Parigi era come distesa sotto lo sguardo del pittore che vi era arrivato nel 1906: un vestito di velluto, una camicia di tela bianca, un foulard rosso intorno al collo, una scatola di colori e pennelli e, nelle tasche, la “Divina Commedia” di Dante e “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche. Parigi era la sublime accademia del mondo dell’arte. E a Montmartre, che era uno dei suoi tanti «villaggi», abitavano, fianco a fianco, la bohème di scrittori e poeti e la bohème dei pittori. La città della diplomazia e degli affari, la capitale della Terza Repubblica, era come una dimensione diversa, estranea e talvolta ostile.

Lo sguardo del giovane pittore toscano poteva soffermarsi su un rutilante Picasso, che un giorno gli doveva manifestare la sua amicizia, su Van Dongen, Duchamp, Metzinger, Picabia, Severini e Bucci che si dividevano un atelier della rue Ballu. E poi capitava di vedere Renoir che conservava sempre il suo indirizzo nella rue Caulaincourt e anche Degas che stava nella rue de Laval.

Fu Anselmo Bucci che, passando davanti al piccolo negozio della poetessa inglese Laura Wylda, scoprì Modigliani: «Chi ha disegnato – chiese – quei tre volti femminili esangui e allucinati?». E qualche tempo dopo, diventati amici, Amedeo e Anselmo trovavano rifugio dal freddo in fondo al Café Vachette del Quartiere Latino, dove disegnavano e ascoltavano le prime orchestre jazz. Si diceva: «A Montmartre l’uomo non è un artista, ma un’opera d’arte». Lo studio di Modì, come lo chiamavano i francesi (e che profetica assonanza con la parola francese maudit che significa maledetto), si trovava nella rue Lepic. Piccolissimo. Si scorgeva una serra piena di fiori. Assieme a Severini si ritrovavano al Lapin Agile e il vino li portava verso lidi che solo pittori e poeti possono conoscere.

Fu Elvira, una modella dalle labbra sensuali e dagli occhi neri, figlia di un marinaio spagnolo e di una prostituta, che iniziò Modì alla droga. L’arte e l’indigenza, il bene e il male, nella Parigi di allora erano così intrecciati da confondersi in una specie d’odissea. Modigliani non aveva più un soldo, moriva di fame, si trascinava nelle strade vivendo di piccoli furti, mentre Montmartre continuava ad accogliere nomi sconosciuti all’arte ufficiale come Braque e Utrillo. Amedeo si legò d’amicizia soprattutto con quest’ultimo, lo inteneriva perché i bambini lo prendevano a sassate.

E dopo la droga venne l’assenzio. Il pittore ne aveva bisogno per calarsi nell’abisso della propria anima. E assieme ad Utrillo si aggiravno cantando nella notte di Montmartre.

Nel 1910 Montparnasse cominciò ad attirare gli artisti, addio Lapin Agile: La Rotonde e Le Dôme divennero i loro ritrovi. S’apre il sipario sui grandi amori di Modigliani. Ecco che cede al fascino della poetessa russa Anna Gorenko, meglio conosciuta come Anna Achmatova. Sono i giorni d’un luogo magico chiamato La Ruche, l’alveare dell’arte, dove quegli uomini che non sapevano d’essere meravigliosi aspettavano che Dio provvedesse ai loro bisogni. Amedeo incontrò Cendrars, Chagall e Zadkine. Modì e Zadkine andavano a turno a chiedere l’elemosina e le loro donne danzavano nude nella casa di Van Dongen.

Ma per Modigliani l’esistenza era sempre sull’orlo del precipizio. Una sera, a La Rotonde, Ardengo Soffici lo vide avanzare declamando versi e vendendo disegni. Il suo volto era torturato e violento. Nel 1914 il legame con la scrittrice Béatrice Hastings sembrò aprire una speranza. Amedeo le recitava La Vita Nova e tutti affermarono che s’era avviato verso una buona strada. Béatrice lo abbandonò nel 1917. E così Modì tornò al suo lento suicidio con l’alcol e la droga. Forse non aveva più voglia di vivere, la sua esistenza era un alternarsi mentale di luce e di buio. C’era un «tarlo», una specie di squilibrio mentale, che aveva tormentato per generazioni diversi membri della sua famiglia.

Ormai gironzolava nei cimiteri recitando I Canti di Maldoror di Lautréamont. La morte, sotto forma di tubercolosi, aveva fretta di possederlo. E lui, inconsciamente, voleva raggiungerla. Nessuno lo aveva veramente capito, tranne Jeanne Hébuterne, ultima compagna, con la quale, si disse, aveva stretto un patto: se muoio, mi devi seguire.

Amedeo e Jeanne andarono a vivere nella casa al numero 8 della rue de la Grande Chaumière, affittata per la coppia dal gallerista Zborowski, che cominciava a vendere all’estero i quadri di Amedeo. La scala era stretta e ripida, il luogo squallido.

Ma ritorniamo a quell’ultima famosa notte. Nelle ore estreme Modigliani fu trovato su una panchina. Era senza cappotto, sotto una pioggia gelida. Delirava: «Sto aspettando una nave che mi porterà in un paese miracoloso». Fu portato a casa dove Jeanne, per riscaldarsi, aveva bruciato tutta la legna che aveva potuto trovare, persino le sedie.

Il pittore era in coma. Spirò il 24 gennaio 1920 in un ospedale dei poveri. Fu trasportato in processione al cimitero Père-Lachaise, divisione 96. C’erano Picasso, Soutine, Léger, Lipchitz, Severini, Ortiz de Zarate, Derain, Vlaminck Foujita, Utrillo, Jacob, Salmon. Nevicava. Un rabbino lesse la preghiera. E l’indomani Jeanne, incinta al nono mese, si buttò dalla finestra. Aveva tenuto fede alla sua promessa d’amore: <<Ti seguirò ovunque!>>.

Così finisce questa tragica storia vissuta sempre agli estremi, qualcuno dirà che questo è il tributo da pagare all’arte (un’amante gelosa), molti diranno che è una storia come tante altre, ma questa è la storia di un uomo che volle sfidare se stesso e non vi riuscì, diventando un viaggiatore, anche egli, sul lungo cammino della vita.

Antonio Iaccio

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