Mer. Giu 19th, 2024

Il linguaggio dei fiori e delle piante, ha in sé qualcosa  di simbolico e di magico; usato un tempo come veicolo di messaggi amorosi e non solo, nasconde delle verità che nascono dalle peculiarità, dai colori, dalla stagionalità ed altro ancora, degli stessi fiori. Tentare di attribuire loro un nome, raccontarli in poche righe prosaiche e poetiche, è un gioco semiserio, una divertente ricerca. Ecco allora per alcuni e di alcuni,  una piccola storia, simbologia, e battesimo del nome che si potrebbe loro attribuire..

PRIMULA: Annuncio di primavera

Dice la leggenda che le primule nacquero quando San Pietro, dal cielo, gettò sulla terra le chiavi del Paradiso. Sarà per questo che gli innamorati quando la regalano intendono “La chiave del mio cielo è nel tuo cuore”? Quasimodo le definiva le ferite dei prati, Shakespeare ne scrisse come pallide primule che muoiono nubili, poiché spesso non sono impollinate dagli insetti.

Spuntano all’improvviso sui prati che si riempiono di bottoncini colorati, sono annuncio di primavera, di rinascita, di rinnovamento. Diventano per questo augurio di buona fortuna e simbolo di prima giovinezza. Un mazzolino di fiori essiccati donati e portati sul cuore insieme a un uovo di cristallo di rocca, diventa talismano, profuma il vino (vino di primula) e la birra, ma è anche un tè aromatico e un infuso di fiori radici e foglie che cura emicranie palpitazioni vertigini. Le primule candite deliziano gli occhi ed il palato. Un segreto ne accompagna la leggenda: chi con un mazzetto di primule toccherà la roccia delle fate, vedrà la sua strada aprirsi verso il loro regno, dovrà prima però, indovinare il loro numero. Chi sbaglierà si attirerà la sventura.

Il nome che si potrebbe attribuirle è: Ebe che era secondo la mitologia, la coppiera degli dei e simboleggia la prima giovinezza.

Primula

Quando Zefiro soffia dolcemente profumando l’aria di cose nuove, annuncia gli sbadigli del primaverile risveglio e dal tenero e fresco verde dei prati guarda il cielo con mille  e più mille occhietti colorati.

Ditemi che è primavera e non solo quella del mio ricordo.

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GLICINE BLU GLICINE: spirituale  è una parola blu-

Pianta originaria dell’estremo oriente.  Il glicine che si schiude in primavera, prima ancora della comparsa delle foglie, diviene insieme al muro su cui poggia, simbolo della spiritualità che abbisogna del sostegno della fede per potersi aprire a nuova fioritura dell’anima.

Gli egiziani sintetizzarono un pigmento blu, probabilmente in seguito a un tentativo di produzione del vetro, e dettero a questo colore il significato della divinità, verità, integrità. I cieli dei loro templi avevano il soffitto blu. Ma blu era anche il colore del cielo paleocristiano  ( mosaico dell’abside della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano di Roma – VI° secolo ) in quanto lo spazio creato con questo colore diventa astratto e indefinito. Il cielo varia in diverse tonalità di azzurro così come è nella realtà per la presenza di differenti strati dell’atmosfera. Blu intenso più in alto, più chiaro in basso. Fu Questo colore a determinare nei secoli successivi il colore del manto della Madonna che avvolge positivamente chi  sotto vi si ripara .

Al simbolismo tradizionale si può dare una risposta scientifica in quanto il blu, colpisce l’occhio con una velocità inferiore ad altri colori. Di fronte al blu del cielo non si può non sentirne l’immensità e non collegarsi con la spiritualità

Il nome che le si potrebbe attribuire è Alma (anima)

Glicine

Il Glicine cresce sui muri sgretolati, sui pergolati delle case dei pittori e sboccia prima ancora che la primavera esploda in tutti i suoi colori. Prima ancora che i suoi rami gettino le foglie, grappoli blu, avvertono che l’aria sta cambiando e sarà d’ora in avanti, pioggia sottile mista al sole e al vento a fargli compagnia.

Ed è allora, quando il blu della terra si confonde con la verità del cielo, che “spirituale” diventa una parola blu.

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NONTISCORDARDIME : Il messaggio del tempo ( la ricerca)

Plinio il vecchio ricorda che il Myosotis ovvero il  Nontiscordardime  era considerato simbolo di Salvezza da tutto ciò che poteva rattristare o addolorare. Il suo nome nasce da una leggenda medioevale tedesca. Due innamorati passeggiano lungo le rive di un fiume raccogliendo i piccoli fiori azzurri. Il fidanzato purtroppo incespicò nelle pietre della riva e cadde nel fiume, quando comprese che non si sarebbe salvato, lanciò alla sua innamorata il mazzolino che aveva in mano, gridando “ non ti scordar di me!”

Il nome che le si potrebbe attribuire è: – Angelo (messaggero)

Nontiscordardime Scorre gelata l’acqua del torrente e trascina con sé l’istante e poi l’istante.

Quello solo, mai un altro. Scorre sui sassi addolcendone la forma, trasformando l’apparenza.

Testimone del veloce e indifferente andare, sboccia sulle sponde, un minuto fiore azzurro, messaggero del tempo al suo passare.

Il nontiscordardime.

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FICO D’INDIA: la conquista della vita, ovvero il pane dei poveri

Il fico d’india deriva il suo nome (opuntia ficus) da Opus antica città della Grecia e capitale della Locride che prese il nome di Opunzia. Il suo nome fu attribuito da Plinio a una pianta spinosa non bene identificata che non aveva alcuna attinenza con l’attuale genere di origine messicana importata dagli spagnoli e quindi sconosciuta fino alla scoperta dell’America. E’ infatti anacronistico il fatto che in tutti i film che raccontano la vita di Gesù, per dare verità alle scene dell’antica Palestina, vi siano i fichi d’india come li conosciamo oggi.

Cresce in luoghi aridi e pietrosi, le foglie sono sostituite dalle spine per limitare la traspirazione dell’acqua.

I colori in progressione di maturazione, sono verde – giallo – rosso-

Viene chiamato pane dei poveri assumendo il simbolo della conquista della vita attraverso le difficoltà, ma nasconde anche una verità sociale. I vendemmiatori venivano pagati e nutriti con ampie quantità di fichi d’india, affinché non mangiassero l’uva.

Il nome che le si potrebbe attribuire è: – Dalila (povera  – misera)

FICO D’INDIA

Nasce, cresce, si concede con fatica, costretto a coprirsi di spine, per bere l’acqua che non c’è. Si inerpica sui sassi, accettando i luoghi da altri rifiutati.

Per sentirsi meno solo, si raccoglie in gruppi, a gruppi fiorisce e poi dà frutti.

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Nadia Farina

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