Dom. Mag 26th, 2024

Prima che la tavola familiare, apparecchiata per il pranzo, si dividesse e si moltiplicasse in altre tavole familiari, come la cellula che si divide per poi moltiplicarsi, c’era stato un tempo, in cui lei era stata giovane, giovani i suoi fratelli, e soprattutto giovani i suoi genitori. Quella tavola era come la tavola di re Artù senza essere rotonda. Intorno a quel tavolo si viveva tutta la vita: il lavoro, la scuola, le grandi discussioni che finivano spesso in litigi, le grandi commozioni, la partecipazione attraverso la voce della radio, degli avvenimenti della storia, “l’invasione di Budapest”, “l’affondamento dell’ Andrea Doria”… ma anche, l’attenzione dovuta alle ultime invenzioni tecnologiche in fatto di piccoli elettrodomestici, portate a casa dal padre e tolte dalla scatola davanti a tutti con grande orgoglio. Fu così con il macinino da caffè elettrico, non si beveva caffè se non macinato al momento. Fu così con il frullatore, non si finiva un pasto senza il frullato a cui si aggiungeva una bustina di vanillina. Fu così con il sifone del seltz, quello con la bomboletta di gas, che soppiantò le bustine per rendere l’acqua frizzante e fu così anche per il registratore, che alla fine del pasto, dava modo di registrare, con la sorpresa di tutti, pensieri e frasi sciocche, unicamente per il piacere di riavvolgere il nastro e riascoltarsi. Fu così, anche per la padella doppia, una padella coperchio di se stessa, legata da una molla. Doveva servire a cucinare il pollo alla diavola! Ma quella padella, la madre non l’aveva mai amata. Disse –”No grazie, preferisco fare a modo mio! Fare il pollo alla diavola era un rito al quale non intendeva sottrarsi, se pure per una bellissima nuova invenzione. Lei lo faceva così: Prendeva il pollo, di piccole dimensioni, oggi lo si potrebbe sostituire con un galletto, lo passava sulla fiamma per togliere qualunque residuo di piume, lo lavava, lo asciugava con un telo bianco, poi lo apriva sul dorso. Lo spargeva di sale e di pepe, appena unto d’olio e lo adagiava sul fondo di una padella molto calda. Lo sfrigolio che ne veniva, profumava la pelle che si rosolava. Veniva poi coperto da un coperchio leggermente più piccolo della padella, su cui venivano posati uno o anche due sassi. Appena il profumo si avvicinava all’odore di bruciato, si doveva voltare, e ricoprire nuovamente con coperchio e sasso. Ogni tanto, se necessario, un goccio d’acqua, questo fino alla fine della cottura. Sempre rigirando con cura e con pazienza. Il risultato era un pollo rosolatissimo all’esterno e cotto, morbido e sugoso internamente, dal sapore unico e ripetibile solo con questo procedimento. Quel profumo raccolto dalla memoria, oggi le serve per portare sulla sua tavola, cellula distaccata e poi a sua volta ancora moltiplicata, un fantastico e familiare pollo alla diavola senza tante “diavolerie”.

Tratto dal mio libro: “Le ricette raccontano” di Nadia Farina- Terra Del Sole – edizioni

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