Lun. Ago 2nd, 2021

Le rivendicazioni funzionano oggi così: non chiedo (come avveniva nel passato) questo o quel diritto, che mi è ancora parzialmente negato, per essere riconosciuto pienamente come cittadino, ma invece parto dall’assunto di essere una vittima. Vittima di discriminazione, nelle parole, nei comportamenti, nel linguaggio pubblico.

Questo slittamento è pericoloso, anzi letale per il dibattito.

Perché mette chiunque abbia obiezioni rispetto alle azioni invocate nella sgradevole e scomoda posizione di sentirsi accusato di complicità con i presunti aggressori o carnefici.

E le azioni da esercitare sono sempre concepite come risarcimento.

Questo principio ha due conseguenze.

 In primo luogo non si discuterà mai nel merito, nel dettaglio delle norme che si propongono. Sono sempre “atti di civiltà”, vanno approvati “presto e così come sono”.

Non si possono emendare, modificare, tanto meno cassare. Nessuna possibilità di interpretazione che leda la sacralità del risarcimento nei confronti delle vittime, presunte, passate, presenti e future.

Sono laici che trattano un disegno di legge come fosse Verbo divino (eppure invece l’esegesi è, per dire, questione serissima).

In secondo luogo, una volta innescato il meccanismo, esso si rivela replicabile all’infinito.

Dunque sarà possibile invocare il vittimismo da una parte e accusare di complicità coi carnefici dall’altra chiunque sollevi dubbi su uno qualsiasi dei tasselli della costellazione in oggetto.

 Non tantissimo tempo fa si negava l’esistenza di una teoria gender, accusando chi ne parlava, guarda un po’ di omofobia. Oggi il fumoso concetto di identità di genere finisce in un disegno di legge. Oggi si nega che tra gli obiettivi di medio termine della galassia Lgbt (ecc) vi siano la legalizzazione dell’utero in affitto (GPA per chi ama gli acronimi edulcoranti) e il self-ID.

Chi ne parla viene tacciato di, of course, omotransfobia. Però questi due temi sono inseriti nel lancio del Pride di Milano.

 E così, preparando le prossime tappe di una politica ridotta a diritto penale, e del diritto penale ridotto a  conferma per autopercepite vittime, ci convincono che saremo più liberi.

 Liberi di tacere sicuramente, sapendo che, invece, tentare di opporre obiezioni, a uno o più di queste tappe del pendio scivoloso su cui siamo saliti, significherà lasciar decidere probabilmente a un giudice quanto sia ampia la facoltà di opinare.

Però, tranquilli, è un mondo pieno di amore quello che si staglia davanti a noi.

Alessandro Porcelluzzi

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