Dom. Mag 16th, 2021

Il termine sessismo si riferisce a tutti quegli atteggiamenti che tendono ad attribuire alle persone caratteristiche stereotipate in ragione dell’appartenenza sessuale.  

La discriminazione di genere si manifesta a partire dal linguaggio, il cui uso riferito al genere femminile, evidenzia il perpetuarsi di un forte contrasto tra l’affermazione sociale della donna e la rigidità di una lingua costruita da e per i maschi.

Il linguaggio non è soltanto uno strumento di comunicazione ma anche e soprattutto uno strumento di percezione e classificazione della realtà: la lingua manifesta il nostro modo di pensare e al tempo stesso lo condiziona, esprime la nostra concezione del mondo e in qualche modo la prescrive. Esiste quindi, nei nostri discorsi, un rapporto tra realtà, linguaggio e pensiero, in cui la lingua non è un mezzo neutrale ed oggettivo di trasmissione di contenuti, non riflette fedelmente i fatti reali, ma ne esprime la nostra visione, influenzandola e orientandola. Gli elementi sessisti contenuti nella lingua possono dunque essere ritenuti tanto indicatori degli stereotipi di genere presenti nella società quanto responsabili del loro perpetuarsi: un uso equo e corretto del linguaggio risulta pertanto estremamente importante, ai fini di non alimentare un atteggiamento discriminatorio nei confronti di nessun gruppo sociale.

La nostra lingua, come molte altre, si basa su un principio androcentrico, in cui l’uomo è il parametro di riferimento per l’organizzazione del linguaggio. Il principio di base è che il genere grammaticale maschile è superiore, nella lingua, così come lo è il genere sociale maschile, nella società. Il genere maschile è il parametro da cui si forma il femminile, che è sempre derivativo; esso viene usato sia per riferirsi al maschile che ad entrambi i generi, mentre l’uso del femminile è limitato prettamente all’universo femminile.  Secondo la “regola inglobante” della grammatica italiana, quando vi è una serie di nomi, femminili e maschili, i participi passati e gli aggettivi si concordano sempre al maschile, anche quando sono i referenti femminili a prevalere, cosa che non accade nel caso di referenti inanimati, in cui è prevista la concordanza con l’ultimo nome.  Alcuni aggettivi e sostantivi acquistano significati diversi a seconda che si riferiscano a donne o uomini, ad esempio l’aggettivo “libero”, riferito ad un uomo, lo connota, quasi sempre, moralmente e intellettualmente, mentre, riferito a una donna, ne denota spesso il comportamento sessuale; oppure “serio”, che implica moralità, correttezza e coscienziosità in un uomo, tende a riferirsi, nella donna, ad un comportamento sessuale. Alcuni sostantivi, verbi, aggettivi, hanno un uso di genere che rispecchia pienamente gli stereotipi uomo/donna (dolce, fragile / audace, potente). Anche l’uso di immagini, metafore, eufemismi, è estremamente stereotipato: la donna viene sovente definita mediante una caratteristica fisica, tipo “la bella” o  “la bionda”, consuetudine poco in uso nei confronti dell’uomo. La distinzione tra signora e signorina, che divide il mondo femminile tra donne sposate e non, non trova una simmetria di appellativi per l’uomo. L’elemento maschile ha sempre la precedenza nelle coppie oppositive uomo/donna, come ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, bambini e bambine, così come è frequente l’uso di forme di identificazione della donna, attraverso il suo ruolo rispetto all’uomo, di moglie, fidanzata, figlia, ecc. Le donne vengono inoltre designate come una categoria a parte nei gruppi misti e sono storicamente emarginate dal gruppo e associate a vecchi e bambini, o considerate una sorta di bagaglio, come nell’espressione “gli uomini si spostavano portando con sé donne, vecchi e bambini”. Anche nella denominazione di “suffragio universale” quando le donne erano totalmente escluse dal voto, salta all’occhio quanto la lingua rispecchi e rinforzi l’identificazione degli uomini-maschi con l’universo linguistico. 

L’impostazione androcentrica della lingua riflette una situazione sociale in cui permangono forme di giudizio atte a sminuire, ridimensionare e penalizzare le posizioni che la donna occupa. Nei nomi che indicano mestieri e professioni, cariche e titoli, mancano forme femminili simmetriche a quelle maschili: all’origine vi è la netta divisione dei ruoli tra donne e uomini, e la preclusione di alcune carriere alle donne fino a tempi recentissimi. Ne deriva una centralità e universalità dell’uomo, nella lingua, contrapposta alla marginalità e parzialità della donna.

Le ingiuste distinzioni tra donne e uomini, in tutte le loro implicazioni sociali, economiche, politiche, giuridiche, e linguistiche, dovrebbero essere una volta per tutte abolite, per riflettere una società più equa e meno sessista. Così come gli stereotipi banalizzanti e mutilanti, e tutti quei segnali linguistici che rivelano e rinforzano il predominio maschile. La prima agenzia ad occuparsi di questo dovrebbe essere la scuola, dove la lingua andrebbe insegnata stimolando la coscienza sulle insidie e le manipolazioni che può contenere. Anche i media, come agenzie di socializzazione e comunicazione, dovrebbero occuparsi di sollecitare questa consapevolezza, poiché è soprattutto nei momenti educativi e in-formativi che si forma e si fissa, negli individui, la percezione della realtà.     

Il concetto di parità non deve essere pensato come adeguamento alla norma maschile, ma deve rappresentare una reale possibilità di realizzazione nel rispetto delle differenze. Si continua a ripetere che la donna deve essere pari all’uomo, e mai che l’uomo debba essere pari alla donna, o che la donna e l’uomo debbano essere pari: anche nel concetto di parità, dunque, il parametro di riferimento continua ad essere il maschile. L’utilizzo di forme di linguaggio sessualmente discriminanti non è appannaggio di chi, in un modello sociale e culturale di maschilismo, si rispecchia e si riconosce, ma è, al contrario, comunemente diffuso anche nei discorsi di chi quel maschilismo dichiara spassionatamente di contrastarlo e intende combatterlo. Conviene prestare la giusta attenzione alle parole: esse possono contraddire gli intenti, o svelare, a dispetto di quelle dichiarate, le reali intenzioni che si celano, profondamente radicate, nei meandri dell’animo.

Nunzia Manzo

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