Mar. Gen 20th, 2026

Negli ultimi giorni si è ripetuta, quasi in loop, la solita frizione italiana tra libertà d’opinione e tolleranza verso la violenza. 
L’assalto alla sede de La Stampa, la profanazione della targa al piccolo Stefano Tachè davanti alla sinagoga di Roma, il dibattito innescato dalle dichiarazioni di Francesca Albanese: episodi diversi, accomunati però da una stessa domanda di fondo. Quanto siamo davvero capaci di distinguere le opinioni — anche quelle più radicali, scomode, ingestibili — dalle azioni che invece mirano a colpire simboli civili, comunità vulnerabili o istituzioni democratiche?
Per me la distinzione è netta. E ci tengo a ribadirla proprio ora, mentre attorno si confonde tutto: le idee, tutte, devono circolare liberamente, anche quando sono estreme, anche quando ci indignano. I reati d’opinione, difficili anche da individuare, per ciò che mi riguarda non dovrebbero esistere. Se qualcuno sostiene una tesi sgradevole, si risponde con un’altra tesi, non con il codice penale.
Ma quando si passa dal pensiero all’atto — quando un gruppo prende di mira una redazione, una targa commemorativa, un luogo di culto (o un sindacato, do you remember ?)— allora non siamo più nel territorio del dissenso: siamo nella violenza politica. E la violenza politica, soprattutto quando colpisce simboli che rappresentano la pluralità e la convivenza, va punita con durezza possibile, e lecita, senza esitazioni sentimentali, senza “pappa del cuor”,né comprensioni di contesto.
È in questo spazio che si apre la vera responsabilità pubblica: perché chi ricopre ruoli istituzionali, o ha un peso nel discorso pubblico, non può permettersi ambiguità. Quando figure come Francesca Albanese sembrano minimizzare o relativizzare azioni che hanno avuto effetti intimidatori o violenti, il problema non è la loro opinione (che hanno tutto il diritto di esprimere), ma la coerenza tra quelle parole e il tipo di riconoscimento civico che ricevono.Non si può essere celebrati da Comuni, associazioni o realtà politiche come esempio di merito pubblico se, sul terreno del principio democratico, si sceglie di sospendere il giudizio proprio nei momenti in cui il giudizio serve di più.
La libertà d’espressione vale per tutti. Ma gli onori civili no: quelli presuppongono una responsabilità, una capacità di distinguere chiaramente tra conflitto delle idee e aggressione ai simboli condivisi.Sulla oramai chiara (oggi per tutti, per me da un bel po’) equivalenza tra antisionismo e antisemitismo, il balzo verso l’azione violenta, come dimostrano Roma e Torino, è compiuto.
Da qui, da una risposta ferma e durissima delle istituzioni, volenti o nolenti, passa la salute della nostra vita democratica.

Alessandro Porcelluzzi

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